L’allarme di Trump sui missili iraniani e il nodo dei negoziati a Ginevra
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La capacità missilistica dell’Iran torna al centro della strategia di sicurezza occidentale, e lo fa con un’accelerazione improvvisa impressa dalle dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, il quale, tornato alla Casa Bianca, ha voluto lanciare un monito chiaro e diretto all’Europa e ai suoi alleati. Durante il suo recente discorso al Congresso, Trump ha infatti affermato senza mezzi termini che Teheran possiede già oggi missili in grado di raggiungere il Vecchio continente, minacciando non solo i paesi europei ma anche le basi militari statunitensi dislocate oltreoceano. Un’affermazione, questa, che ha riacceso i riflettori su un programma balistico che la Repubblica islamica, forte di una consolidata industria nazionale, non ha mai accettato di limitare o mettere sul tavolo delle trattative diplomatiche. L’amministrazione americana, attraverso la voce del segretario di Stato Marco Rubio, ha ribadito come il rifiuto di discutere di questi vettori rappresenti “un problema molto grande”, sottolineando come gli stessi rappresentino una minaccia concreta per le flotte e per gli interessi statunitensi nel Golfo Persico e non solo.
Proprio mentre Trump lanciava questi allarmi – sostenendo che Teheran stia lavorando per estendere la gittata dei propri ordigni fino a colpire il suolo statunitense – a Ginevra si teneva il terzo round di negoziati indiretti tra Washington e Teheran, con la mediazione dell’Oman. Un’impasse diplomatica che sembra destinata a protrarsi, data la distanza abissale tra le posizioni. Da un lato, gli Stati Uniti premono per un accordo che metta un freno definitivo all’arricchimento dell’uranio – richiedendo di fatto la completa sospensione del programma nucleare – e che includa proprio quel capitolo missilistico che l’Iran considera invece parte integrante e non negoziabile della propria dottrina difensiva. Dall’altro lato, la delegazione guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi si dice pronta a discutere esclusivamente del dossier nucleare, escludendo qualsiasi dialogo sui vettori e sulla loro gittata, che secondo fonti ufficiali iraniane non supererebbe i duemila chilometri, anche se stime americane parlano di una capacità fino a tremila chilometri.
Mentre le cancellerie europee osservano con apprensione lo svolgersi degli eventi, emerge con sempre maggior chiarezza il doppio binario su cui si muove la partita. Da una parte la pressione militare, con il rafforzamento del dispiegamento delle forze armate a stelle e strisce in Medio Oriente, una mossa che Trump ha giustificato come leva per spingere Teheran a cedere. Dall’altra, però, si intravedono spiragli di natura economica: secondo quanto riportato dal Financial Times, Teheran starebbe cercando di ammorbidire la posizione della Casa Bianca offrendo sostanziosi incentivi commerciali, in particolare nel settore petrolifero e del gas, puntando dritta alla proverbiale propensione di Trump per gli affari. Un’offerta, quella iraniana, che vorrebbe trasformare le riserve di idrocarburi e i diritti su minerali strategici in una leva per evitare un conflitto, proponendo quella che è stata definita una vera e propria “manna economica” per gli Stati Uniti.




