L'Europa, il gas Usa e il paradosso energetico: dalla dipendenza russa a quella americana

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Nel tentativo, perseguito ormai da anni, di recidere il nodo della storica dipendenza dal gas russo, l'Unione Europea rischia di cadere in una trappola analoga, seppur di segno politico diverso, legandosi in maniera quasi esclusiva alle forniture di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. È quanto emerge con chiarezza dall'analisi pubblicata il 19 gennaio 2026 dall'Institute for Energy Economics and Financial Analysis, la quale stima che il GNL statunitense possa arrivare a coprire una fetta compresa tra il 75% e l'80% del totale delle importazioni europee di questo combustibile entro il decennio in corso. Un accordo transatlantico di portata enorme, valutato attorno ai 750 miliardi di dollari, sancirebbe questa nuova rotta commerciale, la quale, se da un lato garantisce flussi certi, dall'altro pone serie questioni sull'autonomia strategica del continente e, non da ultimo, sulla compatibilità con gli ambiziosi obiettivi di decarbonizzazione fissati dal Green Deal europeo.

Il quadro geopolitico e i riflessi sui mercati energetici

La complessità dello scenario internazionale, del resto, offre ben poche alternative immediate e contribuisce ad alimentare una spirale di tensioni sui mercati, le quali si riflettono direttamente sui prezzi. Nonostante una diffusa consapevolezza circa un'offerta di greggio attualmente superiore alla domanda globale, una serie di focolai di crisi continua a sostenere una speculazione rialzista. Le operazioni militari in corso in Ucraina, con le conseguenti azioni contro la cosiddetta "flotta ombra" russa, e l'instabilità endemica in Medio Oriente, dove le sollevazioni popolari in Iran contro il regime teocratico – acuite dalla crisi economica e idrica e dalle repressioni – generano timori per la sicurezza degli approvvigionamenti. Questi elementi concorrono a creare quel "premio di guerra" che spinge al rialzo le quotazioni dei greggi e dei prodotti raffinati, rendendo vana qualsiasi previsione di stabilizzazione nel breve periodo.

L'attivismo della presidenza Usa e le incertezze future

In questo quadro già di per sé volatile, l'azione dell'amministrazione guidata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump introduce un ulteriore fattore di imprevedibilità. L'attivismo internazionale dimostrato, che in alcune fasi sembrava volersi orientare verso un ruolo di pacificatore, si è infatti tradotto in un interventismo volto a modificare gli assetti geopolitici di intere aree, talvolta facendo ricorso anche alla forza. Una simile postura, mentre da una parte potrebbe rafforzare la posizione negoziale di Washington, dall'altra contribuisce a minare la stabilità di regioni cruciali per gli approvvigionamenti energetici mondiali, creando le condizioni per nuove e improvvise impennate dei prezzi e rendendo ancor più pressante per l'Europa la necessità di diversificare le proprie fonti in modo genuino e non solo nominale.

La sfida tra sicurezza energetica e transizione verde

Il nodo centrale, dunque, diventa la capacità europea di conciliare due esigenze spesso in conflitto: garantire una fornitura sicura e a costi contenuti di energia per le proprie industrie e cittadini, e al contempo rispettare i percorsi di riduzione delle emissioni climalteranti. La massiccia dipendenza dal GNL statunitense, sebbene politicamente più rassicurante rispetto al passato, solleva non poche perplessità sul secondo fronte, poiché lega le sorti energetiche del Vecchio Continente a un combustibile fossile la cui estrazione e trasporto hanno un impatto climatico significativo. L’analisi dell'IEEFA, in definitiva, delinea un paradosso strategico di non facile soluzione, nel quale la ricerca di una sicurezza immediata potrebbe compromettere la costruzione di un sistema energetico realmente resiliente e sostenibile, ovvero l'unico che possa garantire l'autonomia nel lungo termine.

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