La guerra in Iran, il vicolo cieco geopolitico di Trump tra vittoria annunciata e pressioni interne

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quando il conflitto iniziò, quasi tre settimane fa, l’obiettivo sembrava lineare. Oggi, invece, ci si ritrova a guardare un mosaico di dichiarazioni contraddittorie che raccontano la difficoltà di tenere insieme le aspettative dell’ala più intransigente, le necessità dell’economia reale e le promesse elettorali. La strategia americana in Iran, se di strategia si può ancora parlare, appare sempre più come una navigazione a vista dove il timone viene girato ogni giorno in una direzione diversa, a seconda dell’interlocutore che ha l’orecchio del presidente. Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, si trova a gestire una crisi che rischia di logorare proprio quella credibilità costruita sulla promessa di disimpegnarsi dai conflitti mediorientali.

Obiettivi militari in bilico e la nuova retorica della Casa Bianca

A giudicare dalle ultime dichiarazioni, l’amministrazione sembra aver ridimensionato le proprie ambizioni. Se nei primi giorni si parlava di resa incondizionata, ora il presidente americano ha elencato su Truth Social quelli che definisce gli obiettivi quasi raggiunti: il degrado delle capacità missilistiche iraniane, lo smantellamento delle infrastrutture della difesa e la neutralizzazione della flotta aerea e navale di Teheran. Ciò che manca in questo elenco, ed è un dettaglio non da poco, è qualsiasi riferimento al cambio di regime o all’apertura forzata dello Stretto di Hormuz. Anzi, su quest’ultimo punto, Trump ha ribaltato la prospettiva, suggerendo che spetterà ad altre nazioni – quelle più dipendenti dal petrolio del Golfo – occuparsi della sicurezza di quella via d’acqua strategica. Un messaggio, questo, che tradisce la volontà di scaricare i costi geopolitici su terzi mentre Washington cerca una porta d’uscita dignitosa.

Intanto, la realtà sul terreno racconta una storia leggermente diversa. Migliaia di marines sono in movimento: un’unità di spedizione è già partita dal Giappone e un’altra si sta avvicinando dalla California, pronte ad arrivare in Medio Oriente nei prossimi giorni. La presenza di questi reparti suggerisce che l’ipotesi di un’operazione più mirata, forse finalizzata alla conquista dell’isola di Kharg – nodo nevralgico per l’esportazione del petrolio iraniano – non sia stata del tutto accantonata. Tuttavia, il presidente ha giocato sul filo del paradosso, dichiarando di non voler mandare truppe di terra ma aggiungendo, con una frase che è un classico del suo stile, che se lo facesse “certamente non lo direi”.

L’assurdo gioco delle parti tra guerra, sanzioni e mercati

C’è una contraddizione di fondo che rende questo conflitto, per usare un aggettivo che calza a pennello, schizofrenico. Da un lato, Trump brandisce la minaccia di distruzione totale contro le infrastrutture energetiche nemiche, come South Pars; dall’altro, i vertici del Tesoro americano si trovano a dover valutare l’allentamento delle sanzioni. Il motivo è semplice quanto cinico: il prezzo del petrolio, schizzato oltre i cento dollari al barile, è diventato una bomba politica pronta a esplodere nelle mani dei repubblicani in vista delle prossime elezioni di midterm. Così il nemico da abbattere e il costo della benzina da calmierare finiscono per coincidere nella stessa variabile, intrappolando l’amministrazione in una trilemma impossibile: accontentare i falchi della sicurezza, tenere buoni i mercati e non tradire la base elettorale che lo aveva votato per tenere l’America fuori dalle guerre.

La pressione su Trump è palpabile. Persino figure chiave del suo entourage, come il consulente per l’intelligenza artificiale David Sacks, hanno rotto il fronte della compattezza, suggerendo pubblicamente che “questo è un buon momento per dichiarare vittoria e andarsene”. La posizione di Sacks, allineata a quella del vicepresidente J.D. Vance – notoriamente meno entusiasta del conflitto – è un segnale che il malcontento serpeggia anche tra le fila più vicine al presidente. Dall’altra parte, commentatori conservatori di grande seguito come Tucker Carlson e Steve Bannon hanno apertamente criticato l’operazione, definendola una guerra combattuta per Israele, non per l’America, mentre esponenti come Marjorie Taylor Greene parlano di “tradimento” delle promesse elettorali.

Un regime militare e una radicalizzazione inarrestabile

Mentre Washington brancola nella ricerca di una via d’uscita, l’analisi di quello che accade dentro l’Iran rivela un effetto paradossale dell’offensiva. La decapitazione dei vertici politici e militari – con il susseguirsi di uccisioni mirate che hanno colpito anche figure di altissimo rango come il capo della Quds Force – non ha prodotto il collasso sperato. Al contrario, ha accelerato un processo di trasformazione interna: il regime si è ricompattato attorno all’ala più radicale del delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Pasdaran). Come osservano gli analisti, l’Iran è oggi un regime militare, dove il comando è saldamente nelle mani di chi, nelle gerarchie paramilitari, vede nella guerra non una minaccia ma una ragione di sopravvivenza. Le bombe, lungi dall’indebolire questa fazione, ne hanno rafforzato la narrazione e il controllo.

La radicalizzazione, insomma, procede di pari passo con i bombardamenti. E mentre la dirigenza di Teheran minaccia rappresaglie – avvertendo che un attacco a Kharg Island significherebbe “incendiare” le infrastrutture energetiche della regione – gli Stati Uniti si trovano di fronte a un paradosso: più colpiscono per indebolire il nemico, più sembrano rafforzare la coesione interna di quell’apparato militare che avevano intenzione di smantellare. È in questo contesto che la richiesta di fondi d’emergenza da 200 miliardi di dollari al Congresso, avanzata dall’amministrazione, assume i contorni di un azzardo. I repubblicani al Congresso, di solito fedeli scudieri, stavolta chiedono lumi: “Che missione è questa? E come la paghiamo?” è l’interrogativo che rischia di bloccare il maxi-budget.

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