Leone XIV in Angola: “Non mi interessa dibattere con Trump” e il viaggio si fa geopolitico

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ombra lunga dello Studio Ovale, nonostante la distanza geografica e la differenza ontologica dei ruoli, continua a proiettarsi – forse in modo più insistente del previsto – sulla lunga marcia africana di Papa Leone XIV. Questa mattina, sabato 18 aprile, il Pontefice ha presieduto l’ultima messa camerunense all’aeroporto di Yaoundé-Ville, congedandosi dalle autorità locali per raggiungere l’aeroporto internazionale di Yaoundé-Nsimalen; alle 12:47 il decollo verso Luanda, capitale dell’Angola, dove l’atterraggio allo scalo “4 de Fevereiro” è avvenuto intorno alle 14:45 locali (le 15:45 a Roma), segnando la sesta giornata di questo viaggio apostolico.

È proprio durante il trasferimento in volo, quel limbo di poche ore tra la partenza da una nazione e l’arrivo nell’altra, che il Papa ha voluto chiarire – ancora una volta – la natura della sua missione, prendendo le distanze da quella che lui stesso ha definito una “narrazione non del tutto accurata”. Il riferimento, neanche troppo velato, riguarda le presunte scintille verbali con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: una polemica nata, secondo i media, da un discorso pronunciato dal Papa a Bamenda, dove aveva parlato di “tiranni che depredano il mondo”. Ospite dei giornalisti sul volo, Leone XIV ha rivelato che quel testo, in realtà, “era stato preparato due settimane prima, ben prima che il presidente commentasse su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo”. E ha aggiunto, con una franchezza che ha interrotto ogni possibile retorica, che gran parte di quanto scritto finora non è altro che “commento su commento”.

“L’Africa è una riserva di gioia e di speranza”

Una volta toccato il suolo angolano, però, il ritmo della cronaca è tornato immediatamente a battere sulle corde del continente. Nel suo primo discorso tenuto a Luanda, il Papa ha voluto lanciare un messaggio che risuona come un manifesto per l’intera regione sub-sahariana: l’Africa è una riserva di gioia e di speranza, e la gioia – insieme alla speranza – vanno intese non come semplici sentimenti, ma come vere e proprie “virtù politiche”. Lo ha detto guardando dritto negli occhi una folla che rappresenta quel “popolo” il quale, nelle parole del Pontefice, “possiede tesori non vendibili né derubabili”. E in un passaggio che ha scaldato gli animi dei presenti, Leone XIV ha ammonito contro i “despoti e tiranni” che, per governare, cercano di rendere le anime passive e le passioni tristi, un’accusa indiretta ma precisa ai regimi che sfruttano le risorse locali senza restituire dignità.

L’addio al Camerun e la sfida demografica

Le cifre, del resto, raccontano il peso specifico di questa visita. La messa celebrata ieri a Yaoundé, l’ultima prima della partenza, ha raccolto circa duecentomila fedeli. Un numero impressionante che restituisce l’idea di un cattolicesimo in ebollizione, lontano dalle stanchezze europee. Il Papa, nel congedarsi dal Camerun, ha lasciato una raccomandazione precisa ai vescovi locali, invitandoli ad avere il “coraggio di cambiare abitudini e strutture”. Una frase che, in un Paese governato dalla stessa mano ferrea per decenni, suona come un invito a una transizione più giusta. In Angola, dove quasi la metà della popolazione si dichiara cattolica nonostante le immense ricchezze petrolifere del sottosuolo, l’asticella delle attese si è alzata ulteriormente: qui la Chiesa rappresenta spesso l’unico baluardo contro la corruzione dilagante e la povertà che colpisce un terzo dei cittadini.

Il Papa e la geopolitica delle materie prime

“Troppe volte si è guardato e si guarda alle vostre regioni per dare o, più spesso, per prendere qualcosa”. Questa la denuncia di Leone XIV, che ha toccato il nervo scoperto della geopolitica contemporanea. Perché il viaggio in Africa non è solo pastorale: attraversa le rotte dei migranti che premono alle porte dell’Europa, attraversa i giacimenti di terre rare fondamentali per la transizione digitale globale, e attraversa la massiccia influenza cinese che sta riconfigurando gli equilibri del continente. Il Papa, con il suo passaporto americano ma con la mitria in capo, si muove su un crinale sottile: da un lato rassicura i leader locali sul fatto che la Santa Sede non ha mire coloniali, dall’altro sprona i fedeli a resistere allo sfruttamento. In questo contesto, la precisazione di stamattina – “Non sono interessato a dibattere con Trump” – assume una valenza tattica precisa. Sganciandosi dalla polemica con Washington, Leone XIV evita di far deragliare il messaggio principale: l’Africa non è un palcoscenico per i litigi altrui, ma il laboratorio dove si decide il futuro della Chiesa e, probabilmente, degli equilibri mondiali.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.