Papa Leone XIV: «Non dibatto con Trump, non è mio interesse»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’aria all’interno del volo papale, diretto verso Luanda in Angola per la terza tappa del viaggio apostolico, si è fatta improvvisamente più distesa ma anche più densa di significati politici, non appena il pontefice ha deciso di incontrare i giornalisti al seguito per un chiarimento che sapeva più di atto dovuto che di semplice cortesia. Leone XIV, con la consueta pacatezza che non esclude però una certa fermezza, ha voluto mettere i puntini sulle ‘i’ riguardo a una narrazione che, a suo dire, ha preso una piega decisamente fuorviante nei giorni scorsi. «Si è diffusa una certa narrazione, non del tutto accurata – ha spiegato il pontefice – a causa della situazione politica creatasi quando, il primo giorno del viaggio, il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato alcune dichiarazioni su di me». L’obiettivo, chiarissimo, era separare la sua missione pastorale dalla polemica politica quotidiana, un esercizio retorico reso necessario dopo che molti commentatori avevano letto le sue parole come una silenziosa ma costante sponda alle offese arrivate dalla Casa Bianca.

L’occasione per questo fuoco di sbarramento preventivo nasce da un equivoco di fondo che il pontefice, nato a Chicago, ha voluto smontare pezzo per pezzo, utilizzando un ragionamento lineare ma supportato da prove cronologiche inoppugnabili. Al centro della disputa finiscono le dichiarazioni rilasciate dal papa durante l’incontro per la pace tenutosi a Bamenda, in Camerun, dove aveva lanciato un monito severissimo contro «despoti e tiranni del e dello spirito» che vogliono rendere le anime passive e asservite al potere. Molti avevano letto queste invettive come una reazione a caldo agli attacchi diretti di Donald Trump, reo di aver definito il pontefice «debole sulla criminalità e pessimo per la politica estera». Invece, ha rivelato Leone XIV, la verità è molto più prosaica e strutturale: quel discorso era stato scritto e preparato due settimane prima dello scoppio della polemica, «ben prima che il presidente commentasse su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo».

«Commento su commento» e la difesa della propria agenda

Il Pontefice, nel tentativo evidente di arginare quella che lui stesso ha definito una produzione mediatica sterile e autoreferenziale, ha utilizzato una metafora giornalistica per smontare l’impalcatura delle illazioni. «Gran parte di ciò che è stato scritto da allora non è altro che un commento su commento – ha sottolineato con una punta di rammarico – nel tentativo di interpretare quanto è stato detto». Leone XIV ha voluto ribadire con forza che la sua presenza in Africa non è dettata da alcuna voglia di rivalsa personale nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca, né tantomeno dal desiderio di trasformare il viaggio apostolico in un ring mediatico. «Non è affatto nel mio interesse – ha chiarito seccamente – dibattere nuovamente con il presidente». Una presa di distanza che suona quasi come uno “snobbo” istituzionale: mentre Trump rilascia dichiarazioni a raffica, il papa prosegue per la sua strada, quella dell’annuncio del Vangelo, della pace e del dialogo interreligioso, come dimostrato dall’incontro con gli imam a Yaoundé.

La cronaca recente ci ricorda che le schermaglie verbali tra i due erano iniziate già nei giorni precedenti la partenza, quando il presidente americano aveva accusato il Vaticano di essere troppo morbido sulla criminalità, arrivando a suggerire che senza il suo supporto il primo papa americano non sarebbe mai stato eletto. Tuttavia, a bordo del volo che solca i cieli africani, Leone XIV ha voluto ribadire una gerarchia di valori che non ammette eccezioni: lui non è un politico, ma un pastore. «Io vengo in Africa – ha ripetuto ai cronisti – principalmente come pastore, come capo della Chiesa cattolica, per stare con, per celebrare con, per incoraggiare e accompagnare tutti i cattolici africani». In questa ottica, il riferimento ai tiranni e agli speculatori che sfruttano le risorse del continente – un tema caldissimo in Angola, paese ricco di petrolio e diamanti – diventa una costante dottrinale, non un attacco personale a Trump.

Angola, i «tiranni» e la denuncia dello sfruttamento

Se in volo il papa ha smontato le polemiche, una volta atterrato a Luanda ha però riproposto, se possibile con ancor più vigore, il messaggio che aveva infiammato gli animi nei giorni precedenti, dimostrando che la sostanza del suo magistero non cambia al variare del vento politico. Nel discorso tenuto di fronte alle autorità e al diplomatico, Leone XIV ha puntato il dito contro una globalizzazione che troppo spesso calpesta i diritti dei più deboli. «Despoti e tiranni del corpo e dello spirito vogliono rendere le anime passive e le passioni tristi, inclini all’inerzia, docili e asservite al potere» ha tuonato il pontefice, aggiungendo che «è necessario spezzare questa catena di interessi che riduce la realtà e la vita stessa a una mera merce di scambio». Un attacco frontale, questo sì, a quelle élite che il pontefice vede come artefici di un modello di sviluppo che discrimina ed esclude, alimentando guerre e povertà.

La scelta dell’Angola come palcoscenico per queste affermazioni non è casuale, considerando la storia travagliata del paese segnata da una lunga guerra civile e da una persistente crisi economica nonostante l’enorme ricchezza del sottosuolo. Il papa ha invitato gli angolani a non lasciarsi rubare la speranza, a ribellarsi a una tristezza indotta che li renderebbe «in balia delle nostre paure e dei nostri fantasmi». In questo contesto, la figura di Trump è rimasta volutamente fuori dal mirino diretto del discorso di arrivo, quasi a voler dimostrare che le dichiarazioni del presidente USA non meritano nemmeno l’onore delle armi di una replica mirata. «Non mi interessa rispondere a Trump – aveva già anticipato nei giorni scorsi – voglio continuare ad annunciare il Vangelo». È questa la strategia del pontefice: ignorare la personalizzazione del conflitto per elevare il livello del dibattito sulle questioni strutturali che affliggono l’umanità.

La visita pastorale oltre il rumore mediatico

Al di là delle scintille verbali e della necessità di fare chiarezza con i media, il viaggio di papa Leone XIV prosegue seguendo un copione rigidamente scandito dagli impegni pastorali, che non hanno subito variazioni nonostante il polverone sollevato oltreoceano. Prima di lasciare il Camerun, il pontefice ha presieduto una messa all’aperto all’aeroporto di Yaoundé, dove ha lanciato un appello alla solidarietà concreta: «Nessuno dev’essere lasciato solo ad affrontare le avversità della vita», ha detto, sottolineando la necessità di «strutture di solidarietà e aiuto reciproco» in un continente devastato da disuguaglianze e conflitti dimenticati. Un messaggio che acquista un peso specifico enorme in regioni come il Nord-Ovest del Camerun, dove da quasi un decennio infuria una sanguinosa guerra separatista che ha mietuto migliaia di vittime e costretto centinaia di migliaia di persone alla fuga.

Il bilancio dei giorni trascorsi in Camerun, che il papa ha definito «molto significativo» e «fantastico» per l’accoglienza ricevuta, è stato quindi più che positivo, a detta dello stesso pontefice. L’obiettivo, ribadito più volte ai cronisti presenti sul volo, rimane quello di promuovere la fraternità al di là delle divisioni confessionali – come dimostrato dall’incontro con gli imam – e di essere un «lievito nella pasta» per una società giusta. Se i giornali titolano su presunte tensioni con la Casa Bianca, il papa guarda altrove, concentrandosi su quelle che lui definisce le «periferie esistenziali» del mondo. In questo gioco di specchi tra ciò che i media raccontano e ciò che realmente accade sul terreno, Leone XIV ha scelto la linea dell’autonomia intellettuale: i suoi discorsi erano pronti prima delle offese di Trump, e la sua rotta è già tracciata ben al di là del mandato di qualsiasi presidente americano.

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