Leone XIV in Angola: “despoti e tiranni” rendono le anime passive, il pontefice denuncia il mito identitario
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Redazione Esteri
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YAOUNDÉ. Atterrato a Luanda per la terza tappa di questo lungo viaggio nel continente africano, il pontefice – che nelle scorse ore si era congedato dal Camerun con un forte abbraccio alla comunità locale, definita “giovane e meravigliosa nella sua armonia” -7 – ha scelto il palazzo presidenziale della capitale angolana per lanciare un monito chiaro contro quelle che lui stesso ha definito le logiche predatorie dei “prepotenti”. Incontrando circa quattrocento persone tra autorità politiche, rappresentanti della società civile e imprenditori, Leone XIV ha messo in guardia da un modello di sviluppo che troppo spesso riduce le risorse locali – e la vita stessa – a meri oggetti di scambio commerciale. L’Angola, ha ricordato il pontefice citando testualmente la ricchezza multiforme del Paese, possiede tesori che non possono essere né venduti né derubati, un patrimonio fatto di gioia e di speranza che definisce “virtù politiche” fondamentali per il rinnovamento sociale.
È in questo contesto, mentre si snodano le visite ufficiali che vedranno il Papa impegnato fino a lunedì 20 aprile in questa nazione di lingua portoghese, che emerge la denuncia più aspra contro i “despoti e tiranni del e dello spirito”. Costoro, secondo il ragionamento sviluppato da Leone XIV davanti al presidente João Manuel Gonçalves Lourenço, mirano a rendere le anime passive e le passioni tristi, plasmandole affinché diventino docili e asservite al potere. La tristezza, ha spiegato il pontefice riprendendo un concetto già accennato nei giorni scorsi, ci lascia in balia delle paure e dei fantasmi interiori; un fertile terreno sul quale attecchiscono il fanatismo, la sottomissione acritica, il frastuono mediatico e – parola forse tra le più significative di questa giornata – il “mito identitario”. Un meccanismo perverso, quello descritto da Roma, che trasforma il malcontento e il senso di impotenza in separazione anziché in relazione, alimentando un clima di estraneità alla cosa pubblica.
Il mandato ai giovani e l’esempio del martire Floribert
Se il quadro tracciato per le autorità appare cupo, la prospettiva che il Papa riserva alle nuove generazioni – cuore pulsante di un continente dove l’età media è bassissima – è invece quella di una rigenerazione possibile. Durante la messa celebrata a Douala, in Camerun, alla quale hanno assistito oltre centoventimila fedeli, il pontefice aveva già affidato ai ragazzi un compito preciso: diventare protagonisti del futuro e “buona notizia” per le loro terre. Un esempio concreto di questa via d’uscita dalla “cultura dello scarto” è stato indicato nella figura del Beato Floribert Bwana Chui, il giovane martire della Comunità di Sant’Egidio ucciso nella vicina Repubblica Democratica del Congo nel lontano 2007.
Quel funzionario doganale, che a soli ventisei anni preferì farsi rapire e uccidere piuttosto che cedere alla corruzione, diventa così il simbolo di un’etica del rifiuto. Un rifiuto, quello della logica del profitto facile e dello sfruttamento, che si contrappone direttamente a quell’ “affannosa ricerca di materie prime e terre rare” denunciata dal Papa come il lato oscuro della globalizzazione. In Angola, dove circa un terzo della popolazione vive in condizioni di povertà nonostante il Paese sia uno dei primi esportatori di petrolio al mondo, questo messaggio assume i contorni di una scelta politica precisa: opporsi a chi vuole ridurre l’Africa a una riserva da saccheggiare.
Il mosaico coloratissimo dell’Angola e la sfida della fraternità
Nel discorso tenuto ai rappresentanti della cultura e dell’imprenditoria locale, il Papa ha insistito sulla necessità di preservare l’identità angolana come un “mosaico coloratissimo”. L’immagine, cara alla retorica papale, serve a visualizzare la minaccia dei tentativi predatoriali che, secondo il pontefice, minano dall’esterno (ma spesso con complicità interne) un armonico sviluppo improntato a giustizia. “L’Africa – ha detto Leone riallacciandosi alle parole pronunciate in Camerun – è per il mondo intero una riserva di gioia e di speranza”. Una dichiarazione che rovescia la narrazione abituale, quella che vede il continente solo come vittima o come serbatoio di materie prime, per restituirgli un ruolo attivo nella costruzione di un umanesimo nuovo.
L’incontro di preghiera per la pace, che nei giorni scorsi aveva portato il Papa a Bamenda (regione martoriata da conflitti interni), ha trovato in questa tappa angolana una continuità ideale. Il pontefice ha parlato ai giovani della necessità di non temere l’avvenire e di formarsi come “pionieri di un nuovo umanesimo” nel contesto della rivoluzione digitale, senza lasciarsi ingannare dalle “false gioie” propinate dalle élite globali. L’arrivo a Luanda, accolto dalle telecamere e trasmesso in diretta, ha ufficialmente aperto questa nuova fase della visita apostolica, che si concluderà lunedì tra le sfide della povertà materiale e quella, forse più insidiosa, della povertà spirituale che impedisce di riconoscere la propria dignità.




