Leone XIV dall’Angola: “Tacciano le armi” e la tregua in Libano non basta
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Redazione Esteri
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L’eco di quella che lui stesso ha più volte definito una “guerra mondiale a pezzi” risuona nitida anche sulla spianata di Kilamba, alle porte di Luanda, dove il viaggio africano di Papa Leone XIV ha raggiunto il suo momento di maggiore intensità. Il Pontefice, reduce dalle tappe in Algeria e Camerun, ha celebrato una Messa domenicale davanti a una folla imponente – le autorità locali hanno parlato di centomila fedeli, ma i flussi umani immortalati dalle telecamere lasciavano intendere una partecipazione forse doppia, toccando quota duecentomila presenze – e ha trasformato il Regina Coeli pasquale in un palco per un appello senza ambiguità. Non c’è spazio per la retorica, nel suo intervento; c’è invece la volontà di intrecciare il dolore pastorale con l’urgenza geopolitica, portando all’attenzione mondiale due scacchieri infiammati: l’Ucraina e il Medio Oriente.
L’urgenza per l’Ucraina e il grido contro i civili
Se il rituale religioso imporrebbe un tono disteso, la voce del Papa si è fatta grave nel commentare quanto accade nell’Europa orientale. “Mi addolora profondamente il recente intensificarsi degli attacchi contro l’Ucraina” ha dichiarato, specificando come questi continuino a colpire i civili, una piaga che rende il conflitto ancora più disumano. La sua condanna non si perde in giri di parole diplomatici; al contrario, Leone XIV ha rinnovato con forza l’appello “perché tacciano le armi e si persegua la via del dialogo”. In quella spianata africana, circondato da una marea di fedeli, il messaggio è chiaro: la Santa Sede non intende normalizzare la guerra né abituarsi ai suoi bollettini di morte. Ha assicurato la sua vicinanza a quanti soffrono e la preghiera per tutto il popolo ucraino, ma lo ha fatto trasformando la liturgia in un atto d’accusa contro chi, ancora oggi, sceglie la violenza come strumento di risoluzione delle controversie.
La tregua in Libano, un “germoglio” da non sprecare
Lo sguardo del Papa si è poi spostato verso il Levante, dove la tregua annunciata in Libano rappresenta, per sua stessa ammissione, “un motivo di speranza” e “un germoglio di sollievo per il popolo libanese”. Tuttavia – e qui sta la sfumatura più sottile ma incisiva del discorso – Leone XIV ha subito chiarito che il cessate il fuoco, per quanto positivo, non può essere considerato un punto d’arrivo. Ha invece incoraggiato coloro che si stanno adoperando per una soluzione diplomatica “a proseguire i dialoghi di pace, per rendere permanente la cessazione delle ostilità in tutto il Medio Oriente”. In pratica, il Pontefice chiede un salto di qualità: non bastano le pause nei combattimenti, serve che quella tregua, nata in un contesto di fragilità estrema, diventi il volano per una pace strutturale e duratura. Un richiamo esplicito a chi media, affinché non si accontenti dei piccoli passi, ma cerchi di consolidare ogni spiraglio.
La gioia della Resurrezione che non cancella il dolore
A concludere il messaggio, una riflessione che unisce la teologia alla cronaca. Nel recitare il Regina Coeli, Leone XIV ha voluto precisare che il canto gioioso della cristianità – quello che celebra Maria Regina del Cielo – non intende “né cancellare né soffocare il grido di chi soffre”. Al contrario, quell’armonia nuova di cui parla deve abbracciare il pianto delle vittime, unendolo alla voce dei fedeli perché “anche nel dolore resti viva la luce della fede”. Non si tratta, quindi, di una fuga dalla realtà, ma di un tentativo di trasformare la speranza in una forza attiva, capace di resistere agli orrori della guerra. In un’Africa che lo accoglie con entusiasmo – e che lui stesso descrive come un continente “bellissimo e ferito” – il Papa consegna un’equazione semplice ma dirompente: senza giustizia e senza la fine delle ostilità, la pace resta solo un’illusione.




