Papa Leone a Kilamba: “Tacciano le armi” e la tregua in Libano è “motivo di speranza”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’eco della messa celebrata sull’imponente spianata di Kilamba, in Angola, si è propagata ieri ben oltre i confini africani, portando con sé il messaggio inequivocabile di Papa Leone. Al termine del Regina Coeli, il Pontefice ha rotto il silenzio sulle due principali crisi che insanguinano il mondo, usando un tono che non ha lasciato spazio ad ambiguità. Ha deplorato, con una franchezza che ormai caratterizza il suo magistero, la “recente intensificazione degli attacchi contro l’Ucraina” – una recrudescenza che, come ha sottolineato, continua a colpire in modo sistematico la popolazione civile, costringendo chi sopravvive a cercare riparo tra le macerie di case e infrastrutture.

Lo sguardo del Santo Padre, rivolto a quella folla immensa radunatasi per ascoltarlo, si è fatto severo nel constatare l’incapacità della comunità internazionale di imporre un freno alla carneficina. Ha ribadito la sua vicinanza a “tutti coloro che soffrono” – una dichiarazione che, sebbene generica nella forma, nelle intenzi del pontefice abbraccia tanto le madri ucraine in fuga quanto i bambini nascosti nei rifugi – assicurando la sua preghiera incessante per l’intero popolo ucraino. Non si è trattato, però, di una semplice constatazione dolorosa; il pontefice ha rinnovato con forza l’appello affinché “le armi tacciano”, insistendo sulla necessità che venga perseguita la “via del dialogo”, l’unico strumento che la diplomazia vaticana considera efficace per scardinare la logica perversa della rappresaglia.

La tregua che accende una speranza

Se il fronte ucraino rappresenta l’ostacolo più duro da superare, è dall’area del Levante che arriva un segnale, seppur fragile, che il Papa ha voluto cogliere e benedire pubblicamente. Parlando sempre dalla spianata di Kilamba, Leone XIV si è soffermato sulla situazione in Libano, definendo la tregua annunciata come un “motivo di speranza” e un tangibile “segno di sollievo” per il popolo libanese. Ha usato una metafora delicata, quella del “germoglio”, per descrivere questa pausa dai combattimenti – un’immagine che richiama la resilienza di una terra martoriata da decenni di instabilità politica ed economica, che ora vede una possibilità, per quanto flebile, di rinascita.

Il pontefice ha voluto esplicitamente incoraggiare tutte le parti in causa che si stanno adoperando per una soluzione diplomatica, esortandole a proseguire senza indugi i “dialoghi di pace”. La sua benedizione, in questo caso, non è stata solo un atto spirituale ma anche un sostegno politico implicito a quei mediatori che, lontani dai riflettori, cercano di ricucire uno strappo che sembrava ormai insanabile. L’auspicio, espresso chiaramente davanti ai fedeli, è che questa cessazione delle ostilità – che attualmente riguarda principalmente il fronte libanese – possa diventare permanente e, forse, estendersi a tutto il Medio Oriente, dove il rischio di un incendio generalizzato rimane costantemente alto.

“È l’amore che deve trionfare”

Più tardi, il clima si è fatto meno politico e più profondamente pastorale quando il pontefice si è spostato al santuario di Muxima, cuore pulsante della devozione popolare angolana. Dopo la recita del rosario, in un contesto che respira storia e sofferenza (quel santuario sorge infatti lungo l’antica rotta degli schiavi), Papa Leone ha lasciato cadere la maschera del leader mondiale per indossare quella del parroco di campagna. “È l’amore che deve trionfare, non la guerra!” – ha esclamato – un’esortazione che ha rotto la solennità della liturgia per farsi grido accorato. Ha invitato i presenti a lasciarsi trasformare dai “sentimenti del cuore di Maria”, definendo i fedeli come “operatori di giustizia e portatori di pace”.

Le sue parole hanno rappresentato una sorta di controcanto alla violenza: mentre i missili cadono in Est Europa, il Papa chiede di costruire un “mondo migliore” partendo proprio da quel santuario dedicato a “Mama Muxima”. Ha affidato ai giovani – numerosissimi tra i circa 30.000 presenti – il compito di essere “angeli-messaggeri” di vita, contrapponendo la carezza della Vergine alla durezza delle armi. Un passaggio, questo, che ha trasfigurato la cronaca nera della guerra in una cronaca bianca di riscatto spirituale, senza mai nominare direttamente i carnefici ma indicando con chiarezza la via d’uscita dalla barbarie.

L’abbraccio a un continente martoriato

La visita in Angola, che rientra in un più ampio giro africano, ha offerto al pontefice l’occasione per toccare con mano le ferite di un Paese ricco di risorse – petrolio e diamanti su tutti – ma segnato da una povertà stridente e dalla piaga della corruzione. Pur senza entrare nel merito delle politiche locali, l’appello alla giustizia sociale era implicito in ogni sua benedizione. In una nazione dove circa un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà (con meno di due dollari al giorno, secondo le stime internazionali), il messaggio di pace del pontefice assume i contorni di una critica silenziosa ma efficace allo sfruttamento indiscriminato delle risorse.

Nel salutare i fedeli a Kilamba – dove le autorità locali contavano la presenza di almeno centomila persone – Leone XIV ha voluto che la sua voce diventasse portavoce di chi non ha voce. L’auspicio che si possa “costruire un Paese dove vengano superate le vecchie divisioni” e dove “la corruzione venga guarita” è stato letto dagli osservatori come un endorsement morale alle richieste di trasparenza che salgono dalla società civile angolana. Il Papa, insomma, ha usato la tribuna africana non solo per parlare dell’Ucraina o del Libano, ma per ridare dignità a un presente spesso dimenticato, quello delle periferie del mondo che chiedono giustizia prima ancora che pace.

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