Leone XIV a Kimbala: “tacciano le armi”, il pontefice chiede la fine dei conflitti in Ucraina e Medio Oriente

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’anima dell’Africa, quella pulsante di fede raccolta in centomila persone sulla spianata di Kimbala, è diventata ieri il palcoscenico da cui Papa Leone XIV ha lanciato un nuovo, accorato appello per la pace. Al termine della messa domenicale, prima di recitare il Regina Caeli, il pontefice ha rotto il silenzio sulla carneficina quotidiana che insanguina l’Europa dell’Est, spostando poi lo sguardo verso il Levante. «Deploro profondamente la recente intensificazione degli attacchi contro l’Ucraina – ha dichiarato –, che continuano a colpire anche la popolazione civile». Una condizione, quella dei civili sotto le bombe, che sembra aver spinto il Vaticano a non abbassare la guardia, nonostante la fatica diplomatica di questi mesi. Il Papa, esprimendo «vicinanza a tutti coloro che soffrono», ha assicurato le sue preghiere per l’intero popolo ucraino, ribadendo un concetto che ormai è diventato un leitmotiv del suo magistero: la necessità assoluta che il dialogo prevalga sulla logica bellica.

Dall’Africa al cuore dell’Europa, un messaggio senza confini

È interessante notare come la geografia spirituale del pontefice cancelli ogni distanza. Il suo pensiero, partito dalla periferia di Luanda dove ha celebrato la messa, ha idealmente attraversato il Mediterraneo per posarsi proprio lì dove il conflitto sembra non trovare una soluzione. «Rinnovo l’appello affinché le armi tacciano e prosegua il dialogo», ha tuonato Leone XIV, usando un verbo, “tacciano”, che evoca non solo la cessazione dei bombardamenti ma il silenzio assordante della ragione quando viene soffocata dalla violenza. L’occasione liturgica, la terza domenica di Pasqua, non ha offerto al pontefice uno spazio per la retorica vuota; al contrario, ha rappresentato il contraltare necessario al dolore. La gioia della Resurrezione, nelle sue parole, non cancella il grido di chi soffre, ma lo abbraccia. E in questo abbraccio, la situazione in Libano rappresenta, seppur fragile, un filo di speranza. A differenza della situazione ucraina dove si registra un’intensificazione degli attacchi, per Beirut il Papa ha parlato di «sollievo» per la tregua annunciata, incoraggiando quanti si adoperano per una soluzione diplomatica a proseguire senza sosta.

La tregua in Libano: un germoglio da annaffiare

Lo sguardo del Papa, però, non si è fermato alla sola Ucraina. Consapevole della volatilità della situazione mediorientale, Leone XIV ha voluto marcare una differenza sostanziale tra i due scenari. Se per Kiev l’appello è un grido d’allarme per fermare una mattanza in atto, per il Libano c’è un cauto ottimismo. «La tregua in Libano – ha affermato – è motivo di speranza e rappresenta un germoglio di sollievo per il popolo libanese e per l’intero Levante». Un’immagine, quella del germoglio, che suggerisce qualcosa di estremamente delicato, che va protetto e coltivato. Il Pontefice ha quindi esortato le parti in causa a rendere permanente la cessazione delle ostilità in tutto il Medio Oriente, auspicando che quel piccolo passo indietro delle armi possa trasformarsi in una corsia preferenziale per la pace. Le sue parole, pronunciate in portoghese davanti a una folla oceanica, hanno così tracciato un ponte ideale tra le sofferenze africane viste da vicino durante il viaggio apostolico e quelle, lontane geograficamente ma vicine nel cuore, dei cristiani d’Oriente.

La cronaca di Kiev fa da contraltare alla preghiera

Mentre il Papa invocava la pace, la realtà dei fatti continuava a produrre sangue nella capitale ucraina. In un’amara coincidenza temporale con l’omelia di Kimbala, le autorità di Kiev hanno fornito nuovi dettagli sulla sparatoria che ha sconvolto la città, causando la morte di sei persone. L’attentatore, un residente della regione di Donetsk con precedenti penali e nato in Russia, ha agito con una ferocia che non ha risparmiato neppure l’incendio di un appartamento prima di scendere in strada armato. Il presidente Zelensky, attraverso il suo canale Telegram, ha confermato la nazionalità russa dell’aggressore, sebbene questi risiedesse da tempo nel Donbass, e ha assicurato che ogni informazione è al vaglio di un’indagine approfondita per chiarire i moventi. Un episodio, questo, che getta un’ombra ulteriore su un contesto dove la vita civile viene continuamente violata, dando purtroppo ragione alla preoccupazione espressa dal Papa per la sorte della popolazione. L’intreccio tra la cronaca nera e la guerra convenzionale dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, la complessità di un conflitto dove il fronte è ormai ovunque, anche nelle strade apparentemente normali della capitale.

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