L'appello di Papa Leone XIV: “Tacciano le armi in Iran, il conflitto si allarghi al Libano”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il Palazzo Apostolico segue con il fiato sospeso, e con profonda costernazione, l'evolversi della crisi in Medio Oriente, una crisi che, nelle parole del Santo Padre, rischia di travalicare i confini attuali per investire l'intera regione. Al termine della recita dell'Angelus domenicale in piazza San Pietro, Papa Leone XIV ha lanciato un appello accorato perché cessi immediatamente il “fragore delle bombe” e perché si apra uno spazio di dialogo nel quale possa essere ascoltata, finalmente, la voce dei popoli. Un intervento, quello del Pontefice, che arriva in un momento di gravissima tensione internazionale, con gli scontri che hanno visto contrapposti Stati Uniti e Israele da una parte e la Repubblica Islamica dall'altra, e che ha posto l'accento su un timore specifico e concreto: che il conflitto possa allargarsi a macchia d'olio, coinvolgendo “altri Paesi della regione, tra cui il caro Libano”, i quali potrebbero “sprofondare nuovamente nell’instabilità”.

Il grido d'allarme della Chiesa per una regione in fiamme

Non si tratta, però, del solo monito proveniente dalla Santa Sede. La macchina diplomatica vaticana si è messa in moto per far fronte a quella che il Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, non ha esitato a definire “una immane tragedia”. Parolin, intervenuto a margine della seconda edizione de “Il Tavolo del Ramadan – Iftar” a Roma, un'iniziativa interreligiosa dedicata all'incontro tra cristiani, ebrei e musulmani, ha ribadito con forza la necessità di un “dialogo aperto con tutti”, unica via per evitare che questa tragedia si allarghi “sempre di più invece di contenersi”. Le sue parole, pronunciate ieri sera, 9 marzo, fanno da contrappunto alla preoccupazione espressa da monsignor Nicolas Lhernould, arcivescovo di Tunisi e presidente della Conferenza episcopale del Nordafrica, il quale ha commentato l'escalation militare avvertendo che la violenza non solo non risponde alla sofferenza, ma la amplifica, e che la guerra, lungi dal costruire la pace, ne rappresenta sempre il fallimento più clamoroso. Un fallimento che, in un'area complessa come il Medio Oriente, rischia di alimentare ulteriori tensioni interreligiose, minando quel tessuto di fraternità che le Chiese locali cercano faticosamente di tessere.

La posizione iraniana e la richiesta di una condanna esplicita

In questo clima incandescente si inserisce la voce dell'ambasciatore iraniano presso la Santa Sede, Mohammad Hossein Mokhtari, il quale ha espresso una certa insoddisfazione per quelle che ha definito posizioni “generiche” da parte di Papa Leone XIV. Incontrando alcuni giornalisti, il diplomatico ha rivelato di aver scritto nei giorni scorsi una lettera al Pontefice e ai maggiori rappresentanti della Santa Sede, un gesto che ha definito un suo “compito morale”, senza però, a suo dire, aver ricevuto risposte. Mokhtari ha chiarito che Teheran si aspetta “almeno una posizione sul bombardamento della scuola con l’uccisione di 180 bambini”, un episodio drammatico su cui, lamenta, il Papa non avrebbe accennato nei suoi discorsi. L'ambasciatore, che ha chiesto ufficialmente un incontro con il cardinale Parolin, ha riconosciuto il ruolo del Pontefice come “punto di riferimento per la pace mondiale”, sottolineando come, in un'epoca in cui i capi di governo “sono per la guerra e diffondono odio”, siano i leader religiosi a doversi unire per promuovere la pace.

La diplomazia parallela e il rischio di una destabilizzazione più ampia

Mentre il cardinale Parolin assicura che una risposta alla richiesta di colloquio dell'ambasciatore verrà data, la preoccupazione per le sorti del “caro Libano”, come lo ha definito il Papa, rimane alta. La Santa Sede guarda con particolare apprensione a quel piccolo paese, già provato da una crisi economica e politica senza precedenti, e dove la presenza di Hezbollah, movimento sciita legato a Teheran, potrebbe fungere da detonatore per un conflitto interno su larga scala. La diplomazia vaticana, che mantiene canali aperti con tutte le parti in causa, compresi Stati Uniti e Israele, cerca di tessere una tela di dialogo per scongiurare il peggio. Del resto, come ha ricordato lo stesso cardinale Parolin, la Santa Sede ha il dovere di “presentare le proprie valutazioni e indicare possibili vie d'uscita” da quella che è una crisi umanitaria di proporzioni gigantesche. Un'analisi che trova eco nelle parole di monsignor Lhernould, il quale, in un contesto di crescente violenza, ha ribadito che la guerra non è mai la strada, bensì l'ammissione di un fallimento collettivo che rischia di travolgere popoli interi, gettandoli in un abisso di odio e di instabilità da cui sarebbe poi difficile, se non impossibile, risalire.

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