Quattro anni di guerra, la fede del popolo ucraino e l’appello del Papa: «Tacciano le armi»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quattro inverni di fila, con il termometro che precipita anche a venti gradi sotto zero, e il rombo costante, ormai familiare, dei droni e dei missili che sorvolano le città. È questa la realtà che gli ucraini si portano dentro dal 24 febbraio 2022, quando le armate russe varcarono il confine dando inizio a quella che il presidente Volodymyr Zelensky, nel corso di queste ore di commemorazioni, ha definito una guerra che nessuno aveva chiesto. La ricorrenza del quarto anno dall’invasione, però, non si celebra solo sui fronti di trincea o nei palazzi della politica internazionale – si pensi alla missione dei vertici Ue a Kiev, bloccata però dall’ennesimo veto di Ungheria e Slovacchia su sanzioni e prestiti -1 – ma anche, e forse soprattutto, nelle pieghe di una resistenza quotidiana che ha nello spirito religioso uno dei suoi ultimi, autentici baluardi.

A dare voce a questa stanchezza che non si arrende, e a una resilienza che rasenta il miracolo, sono i pastori delle Chiese locali. Il portavoce del capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, descrive una popolazione provata ma non doma: «C’è un’enorme stanchezza nella popolazione – ha dichiarato nei giorni scorsi – ma anche una straordinaria resilienza». Ed è proprio sulla tensione tra la durezza del conflitto e la risposta spirituale che Shevchuk, reduce da un’udienza privata con Papa Leone XIV lo scorso 12 febbraio, ha voluto insistere: «L’amore è la nostra risposta asimmetrica alla violenza», ha spiegato, quasi a voler contrapporre un’arma pacifica e invincibile alla potenza distruttiva degli ordigni che continuano a cadere, specialmente sulle infrastrutture energetiche, nel tentativo di piegare il paese con il freddo e l’oscurità.

Il gelo, i generatori e la vita quotidiana sotto le bombe

Chi vive sulla propria pelle, senza soluzione di continuità, questa lotta per la sopravvivenza è il nunzio apostolico a Kiev, l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas. Raggiunto telefonicamente mentre si recava a una commemorazione per le vittime, ha dipinto un quadro nitido e privo di infingimenti: «L’atmosfera è di grande stanchezza, la gente è estenuata a ogni livello». Il racconto del nunzio si sofferma su dettagli apparentemente minuti ma che, sommati, restituiscono l’idea di un paese messo in ginocchio: «Nella notte si impara a distinguere persino se è in arrivo un drone o un missile», confessa, e poi aggiunge che i bombardamenti hanno reso la vita un calvario fatto di ricerca di acqua e di una fonte di calore. «Viviamo al gelo, senz’acqua e sogniamo un generatore», ha sintetizzato, fotografando un’esistenza scandita dalla priorità di sopravvivere all’inverno più che alla guerra stessa. Interi quartieri di Kiev, ha ricordato in un’altra occasione il presule, sono stati ridotti all’oscurità e al freddo dopo gli attacchi russi alle centrali elettriche, e in molte abitazioni l’acqua gela nei tubi, che finiscono per scoppiare, lasciando migliaia di famiglie senza riscaldamento -3-7. È in questo scenario apocalittico che la Chiesa, greco-cattolica e latina, ha trasformato le sue strutture in hub umanitari, distribuendo pasti caldi, coperte e, appunto, quei generatori tanto agognati, veri e propri totem di sopravvivenza in un panorama di macerie -2.

La diplomazia vaticana e l’appello per una pace non rimandabile

Sul piano diplomatico e spirituale, la Santa Sede continua a tessere la sua trama silenziosa. Sua Beatitudine Shevchuk, durante l’incontro con il Pontefice, ha portato con sé non solo il dolore di un popolo, ma anche un elenco concreto: quattrocento nomi di prigionieri, una lista consegnata direttamente dalle famiglie dei soldati detenuti o dispersi, a testimonianza di quel canale umanitario che il Vaticano mantiene aperto sin dai primi giorni del conflitto -4. Un canale che corre parallelo agli appelli pubblici, come quello lanciato da Papa Leone XIV durante l’Angelus del 22 febbraio, alla vigilia dell’anniversario. «Quante vittime, quante vite e famiglie spezzate! Quanta distruzione!» ha esclamato il Papa, la voce carica di partecipazione, per poi lanciare un monito che è anche un grido: «Davvero ogni guerra è una ferita inferta all’intera famiglia umana, lascia dietro di sé morte, devastazione e una scia di dolore che segna generazioni. La pace non può essere rimandata, è un’esigenza urgente» -5-10. Un messaggio chiarissimo, che arriva in un momento in cui il rischio, come denunciato dallo stesso arcivescovo Shevchuk, è che il conflitto venga dimenticato, messo in secondo piano rispetto ad altre crisi globali, mentre i missili continuano a cadere e la popolazione conta i propri morti – oltre 14.500 civili, secondo le stime Onu, anche se il numero reale, si teme, è ben più alto -2.

Lontano dai riflettori, ma al centro della tormenta, il popolo ucraino resiste. Una resistenza che, a sentire i suoi capi religiosi, trova linfa in una fede rinnovata: le chiese sono piene come non mai, e molti di quelli che oggi chiedono il battesimo o si avvicinano ai sacramenti prima della guerra non avevano alcun legame con la religione -2-7. È un risveglio spirituale pagato a caro prezzo, che si nutre di dolore e speranza, e che rappresenta forse l’unica vera, autentica risposta asimmetrica a quattro anni di buio, freddo e morte.

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