Leone XIV in Angola: «Non parlo di Trump». Tensione in Libano, ucciso un casco blu francese

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’atterraggio a Luanda, in un’Africa polverosa e ricca di contraddizioni, segna la terza tappa del viaggio apostolico di Papa Leone XIV, ma l’eco delle parole del Pontefice – che qui, tra strade di terra rossa e case di lamiera, cerca di cambiare il “battito del cuore” dell’umanità – fatica a non scontrarsi con le onde corte della politica internazionale. Il Papa, arrivando dall’esperienza camerunense dove ha lasciato un messaggio forte di solidarietà e giustizia, ha voluto chiarire un aspetto cruciale del suo magistero in viaggio: ciò che dice non è un dibattito a distanza con Washington. «Si è diffusa una certa narrazione, non del tutto accurata», ha spiegato ai giornalisti sul volo, riferendosi a quelle interpretazioni che volevano i suoi appelli alla pace e le critiche ai «despoti» come un attacco diretto al presidente americano, il quale siede alla Casa Bianca ormai da più di un anno.

A spegnere, seppur delicatamente, ogni tentativo di strumentalizzazione politica, è stato lo stesso Pontefice, ricordando come i suoi discorsi fossero stati preparati settimane prima delle recenti dichiarazioni di Trump. «Non è affatto nel mio interesse», ha tagliato corto Leone XIV, ribadendo che la sua missione in Africa è esclusivamente pastorale: stare accanto a quelle folle che, nonostante la miseria e le strutture diroccate, accolgono il successore di Pietro con occhi pieni di gioia. In Angola, un Paese ferito da disuguaglianze profonde e dalla “maledizione delle risorse naturali” (nonostante sia un gigante del petrolio), il Papa ha quindi ripreso il filo del suo ragionamento, denunciando lo sfruttamento e quella logica estrattivistica che genera «catastrofi sociali e ambientali», senza mai scendere nella polemica facile o nel commento soggettivo sui singoli attori politici.

Mentre il Santo Padre si addentrava nel cuore dell’Africa per portare «speranza in un Paese ferito», lo scenario mediorientale restituiva invece l’immagine di una pace estremamente fragile. Il cessate il fuoco tra Israele e Libano, in vigore da appena ventiquattr’ore, è stato infranto da un attacco sanguinoso: un casco blu francese in servizio per l’Unifil è stato ucciso in un’imboscata nel sud del Paese dei cedri, mentre altri tre militari sono rimasti feriti. Si trattava del sergente maggiore Florian Montorio, colpito a morte mentre la sua pattuglia stava bonificando una strada minata per raggiungere postazioni isolate. Il presidente francese, Emmanuel Macron, non ha avuto dubbi nell’indicare la responsabilità di Hezbollah, un’accusa che la milizia sciita ha però immediatamente respinto definendola «arbitraria».

A complicare ulteriormente il quadro, sul fronte del Golfo Persico, l’Iran ha nuovamente serrato le maglie del blocco navale nello Stretto di Hormuz, sfidando apertamente le dichiarazioni ottimistiche della Casa Bianca. Mentre Trump definiva Israele un «grande alleato» e rilasciava dichiarazioni sull’uranio, Teheran ha fatto sapere che il passaggio delle navi non sarà più così libero come annunciato, imponendo di fatto una tassa per la navigazione e mettendo in crisi i fragili equilibri diplomatici appena faticosamente raggiunti a Islamabad. Siamo di fronte a una situazione fluida, dove le parole del presidente americano – criticate dagli stessi ayatollah perché «contraddittorie» – si scontrano con il fuoco reale delle Guardie della Rivoluzione, mentre la tensione rischia di riaccendere un fronte che si sperava sopito.

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