Leone XIV in Angola: “il pane di tutti diventa possesso di pochi”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il viaggio apostolico di Leone XIV prosegue nel cuore dell’Africa, toccando ora il suolo dell’Angola dopo la tappa camerunense. È qui, nella spianata di Saurimo, che il Pontefice ha scelto di pronunciare un’omelia senza mezzi termini, descrivendo un Paese – ricchissimo di petrolio e diamanti – la cui ricchezza, paradossalmente, finisce per ingannare chi la osserva da lontano e per corrompere chi la gestisce da vicino. “Oggi vediamo – ha detto il Papa – che molti desideri della gente sono frustrati dai violenti, sfruttati dai prepotenti e ingannati dalla ricchezza”. Una frase, quest’ultima, che racchiude la diagnosi pontificia su una terra segnata da disuguaglianze profonde, dove la logica dello sfruttamento sembra aver preso il posto della giustizia sociale.

La folla e il caldo di Saurimo

Saurimo, a quasi mille chilometri dalla capitale Luanda, non è certo una località comoda; eppure, decine di migliaia di fedeli si sono assiepati lungo le strade polverose e sotto un sole che ha toccato i trenta gradi, giusto per accennare un saluto alla figura bianca della papamobile. Alcuni si riparavano negli angoli d’ombra, altri invece restavano ritti in piedi, arrampicati su collinette di terra, pur di non perdersi neppure un istante. La calca era tale, tra le costruzioni basse e gli alberi piccoli che offrivano solo una tregua parziale dalla calura, che la gioia dei presenti sembrava quasi una forma di resistenza. In questo scenario – dove la festa si mescola alla fatica fisica – il Papa ha voluto ribadire un concetto cardine del suo magistero: Cristo non si sottrae al grido dei popoli, anzi, “da ogni caduta ci rialza, in ogni sofferenza ci conforta”.

Il paradosso delle risorse

Se si osserva il dato nudo e crudo, l’Angola è tra i primi produttori di petrolio del continente e vanta riserve straordinarie di diamanti. Eppure, come ha sottolineato Leone XIV, questa abbondanza si rovescia tragicamente nel suo contrario: il pane che dovrebbe nutrire tutti diventa “possesso di pochi”, mentre l’ingiustizia – parola usata più volte nell’omelia – corrompe i cuori e le istituzioni. Non si tratta, nelle parole del Papa, di una generica denuncia contro la povertà, bensì di un atto d’accusa preciso verso quei meccanismi per cui i violenti e i prepotenti riescono a frustrare i desideri legittimi della gente. Il riferimento, sebbene non esplicito nei nomi, richiama inevitabilmente quelle élite locali e quegli interessi internazionali che hanno storicamente depredato il sottosuolo africano, lasciando le popolazioni in uno stato di bisogno cronico.

Un “pellegrino” in terra di conflitti

D’altronde, il viaggio di Leone XIV – che già aveva toccato Algeria e Camerun – si muove sotto il segno di un “pellegrino di speranza, riconciliazione e pace”. A Yaoundé, poche ore prima della partenza, l’atmosfera era ben diversa: nell’aeroporto militare della capitale camerunense, mentre il Papa parlava di pace nell’omelia, tutt’attorno sfilavano poliziotti, militari e guardie presidenziali armate, a dimostrazione che in alcune zone del Paese la guerra è ancora una realtà con cui fare i conti. Il contrasto non è sfuggito ai presenti: da un lato la predicazione della non-violenza, dall’altro la necessità di garantire la sicurezza con le armi. Un paradosso che il Pontefice ha ereditato dai suoi predecessori e che, in questa visita, cerca di affrontare con il messaggio evangelico della risurrezione, capace – a suo dire – di riscrivere persino le storie segnate dallo sfruttamento.

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