Leone XIV a Muxima: la speranza del Risorto tra le ferite dell’Angola
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Redazione Esteri
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La seconda giornata della visita apostolica di papa Leone XIV in Angola ha preso le forme di un evento corale, laddove la fede popolare – che a Kilamba, trenta chilometri fuori Luanda, ha radunato quasi centomila persone – s’intreccia con una geografia dolorosa, quella del santuario di “Mama Muxima”. È qui, a centotrenta chilometri dalla capitale, sulle rive del fiume Kwanza, che il pontefice è atterrato in elicottero per la terza tappa del suo tour africano in quattro nazioni; un arrivo scenico, certo, ma funzionale a raggiungere un luogo dove la devozione mariana convive da secoli con la memoria del peggio della tratta atlantica.
Perché Muxima non è solo un sito di pellegrinaggio molto frequentato, dove migliaia di fedeli danzano e cantano nonostante il caldo opprimente e l’umidità: quella fortezza portoghese del XVI secolo fu uno dei centri nevralgici del commercio che, secondo le stime degli storici, ridusse in schiavitù circa sei milioni di persone provenienti dall’attuale Angola, destinate poi ai mercati delle Americhe. Una golf bianca ha accompagnato il pontefice tra la folla in delirio, mentre lui stesso – senza mai alzare la voce – cercava di attraversare un mare di corpi in movimento.
Leone XIV e la recita del Rosario nel santuario della “Mama Muxima”
Al santuario, il papa ha presieduto la recita del Rosario, chiedendo ai fedeli di diventare, come Maria, “operatori di giustizia e portatori di pace”. Parole che risuonano in un Paese definito dallo stesso Leone “bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità”. L’esortazione a “lenire le ferite e riaccendere la speranza” non è rimasta un’astrazione teologica: è stata accompagnata da un passaggio netto contro la guerra, l’odio, la violenza, la miseria e la corruzione, mali che il pontefice ha elencato senza retorica.
L’omelia di Kilamba: guardare al futuro costruendo speranza
Già nella mattinata a Kilamba, dove l’eucaristia aveva radunato una folla vibrante di canti e preghiera, Leone XIV aveva lanciato un messaggio simile, seppure con un’inclinazione diversa: “Fratelli e sorelle, oggi bisogna guardare al futuro con speranza e costruire la speranza del futuro”. Un’affermazione che, nella sua semplicità, schiva qualsiasi fatalismo e interpella direttamente la capacità di un popolo di rigenerarsi dal proprio dolore. Il pontefice non ha citato dati né fatto nomi di governanti locali; ha invece puntato il dito contro la rassegnazione, quasi che la speranza fosse un’opera da edificare giorno dopo giorno, e non un sentimento spontaneo.
Un tour africano tra memoria della schiavitù e pace possibile
L’Angola rappresenta per Leone XIV una tappa cruciale del suo viaggio continentale, proprio per la sovrapposizione – fisica e simbolica – tra la devozione popolare e la memoria della deportazione. Il santuario di Muxima, con le sue mura antiche e il fiume Kwanza che scorre accanto, diventa così il teatro di una doppia narrazione: da un lato la ferita ancora aperta della schiavitù, dall’altro l’invito a “costruire un mondo senza più guerre”. Il papa in elicottero, accolto da danze e canti nonostante l’afa, ha voluto mostrare che la Chiesa non dimentica quelle rotte di morte, né le lacrime di chi vi fu strappato. E mentre la folla lo accompagnava a bordo della golf bianca, il suo messaggio restava ancorato a un presente di attesa, senza sbilanciarsi su possibili sviluppi futuri o su giudizi verso le istituzioni locali.




