L’hantavirus a Epuyen, il villaggio patagonico che visse l’epidemia prima degli altri

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Nel cuore della Patagonia argentina, un piccolo centro di milleduecento abitanti di nome Epuyen ha già attraversato – tra il 2018 e il 2019 – ciò che oggi fa tremare i media globali: un’epidemia di hantavirus che si è portata via undici persone. Nessuna allerta mondiale, allora, nessuna ripercussione capace di varcare le frontiere del Chubut, la provincia andina che accoglie questo lembo di terra silenzioso. Eppure, come ricostruisce l’Afp, fu proprio lì, in quella comunità raccolta attorno a un lago e a qualche strada sterrata, che il virus ha mostrato per la prima volta la sua ferocia in una sequenza tanto stretta nel tempo quanto dolorosa negli esiti.

Mailen, trentatré anni, racconta all’agenzia di stampa di aver perso il padre e le due sorelle in meno di un mese. «Nessuno era preparato – dice – a vedere una tavola imbandita vuota in pochi giorni». Una frase che racchiude la brutalità di un contagio il cui veicolo, il raton colilargo (il topo dal lungo muso, serbatoio naturale dell’hantavirus), vive accanto all’uomo da sempre. Ma è l’alterazione degli equilibri ecologici, avverte il rapporto dell’Ipbes (la piattaforma intergovernativa sulla biodiversità), a fare la differenza: nel mondo circolano circa un milione e settecentomila virus tra mammiferi e uccelli, e almeno la metà di questi potrebbe potenzialmente infettare l’essere umano. La responsabilità, quasi sempre, è la stessa: distruggiamo l’habitat degli animali serbatoio, e loro si avvicinano, portando con sé agenti patogeni prima confinati.

Il monitoraggio italiano e il ruolo dell’Istituto zooprofilattico delle Venezie

A vigilare su questo intreccio pericoloso – polli, suini, topi, ma anche zanzare – è anche l’Istituto Zooprofilattico delle Venezie, con sede a Padova. Si tratta di un centro di referenza per il ministero della Salute, per l’Organizzazione mondiale della sanità animale (WOAH) e per la Fao. Il loro lavoro, spiegano i tecnici, consiste nel sorvegliare gli animali per proteggere l’uomo, in una logica di prevenzione che parte dai territori. Perché l’hantavirus, in particolare la variante Andes, è endemico in Argentina e Cile, i due Paesi al mondo che registrano il maggior numero di casi di Sindrome Polmonare da Hantavirus (HPS). Ed è proprio in Argentina, secondo le ricostruzioni epidemiologiche, che si presume abbia contratto il virus il cosiddetto «paziente zero» della nave MV Hondius: un ornitologo olandese di settant’anni, Leo Schilperoord, la cui osservazione di uccelli necrofagi lungo le coste patagoniche avrebbe innescato la catena di trasmissione.

Hantavirus e contagio umano: perché il caso Andes fa paura (ma non troppo per l’Oms)

A differenza di altre varianti, il virus Andes ha una caratteristica inquietante: può trasmettersi da persona a persona, e non solo per via aerea attraverso le feci dei roditori. Una peculiarità che ha allarmato i virologi, tanto più dopo la notorietà mediatica del focolaio sulla nave da crociera. Tuttavia, sia l’Organizzazione mondiale della sanità che l’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) classificano il rischio di una diffusione globale come basso o molto basso. Non per questo, però, la sorveglianza può abbassarsi: il titolo di un celebre romanzo di John Steinbeck, «Uomini e topi», suona oggi come un ammonimento letterario diventato realtà epidemiologica. La zoonosi – la trasmissione di un patogeno dall’animale all’uomo – è l’apocalisse silenziosa che si consuma a colpi di deforestazione, urbanizzazione selvaggia e perdita di biodiversità.

Colpe umane e lezioni da Epuyen, dove undici morti non fermarono il mondo

A Epuyen, intanto, non si parla più di rischio globale. Si parla di tavole vuote, di assenze improvvise, di un virus che nel giro di poche settimane ha falcidiato tre componenti della stessa famiglia. Nessuna speculazione, nessuna ricerca di un colpevole tra i roditori. La cronaca, quella vera, parla di un villaggio di milleduecento anime che ha dovuto inventarsi l’isolamento prima ancora che il mondo scoprisse il significato della parola lockdown. Le undici bare, nessuna delle quali è diventata un caso internazionale, rappresentano oggi la faccia più autentica e meno raccontata di un’emergenza sanitaria che non fa distinzione tra notorietà mediatica e dolore reale. Le indagini successive si sono concentrate sulle condizioni igieniche delle abitazioni, sulla vicinanza dei depositi di legna ai nidi dei roditori, e su una verità scomoda: quando l’uomo invade, il virus risponde.

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