L'intelligenza artificiale tra trilioni di investimenti e il timore di una prossima crisi
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Una volatilità senza precedenti ha scosso i mercati finanziari globali, mettendo in luce le contraddizioni di un settore, quello dell’intelligenza artificiale, che naviga tra investimenti colossali e dubbi sulla sua sostenibilità. La settimana si è aperta con l’annuncio di Amazon, che ha previsto impieghi per 200 miliardi di dollari, una mossa che, invece di rassicurare gli investitori, ha innescato una serie di vendite proprio sui titoli più legati all’AI. Un paradosso, questo, che solleva interrogativi cruciali sulla solidità della cosiddetta “rivoluzione”, la cui bolla, secondo alcuni osservatori, potrebbe essere prossima a deflagrare. Yoshua Bengio, considerato uno dei pionieri della disciplina, ha espresso pubblicamente la sua preoccupazione, paventando una battuta d’arresto nello sviluppo dell’intelligenza artificiale generale e, di conseguenza, un potenziale crollo finanziario di proporzioni rilevanti.
Le cifre da capogiro e la corsa all'AGI
I numeri in ballo, del resto, hanno dell’incredibile e tracciano i contorni di una febbre speculativa che ricorda, per certi versi, quelle del passato. Si parla, infatti, di quasi 2,9 trilioni di dollari destinati alla costruzione di data center, infrastrutture fondamentali per alimentare gli strumenti più avanzati, mentre la capitalizzazione di borsa di Nvidia, l’azienda fornitrice dei chip specializzati, ha superato la soglia dei 4 trilioni. A questi si aggiungono le guerre per accaparrarsi i talenti, come dimostra il bonus da 100 milioni di dollari offerto da Meta per ingaggiare ingegneri di OpenAI, cifre che testimoniano una corsa senza esclusione di colpi verso un traguardo ancora incerto: l’AGI, o intelligenza artificiale generale. La domanda, posta anche dal Guardian, è se questa corsa sfrenata condurrà a un’era di abbondanza o a un crollo sistemico, un interrogativo il cui valore è stimabile in trilioni di dollari.
Claude Cowork e lo spettro della "SaaSpocalypse"
Se gli investimenti fanno tremare i mercati macro, è a livello micro, quello delle applicazioni concrete, che si materializzano timori più immediati per gli operatori. L’annuncio di Anthropic del lancio di Claude Cowork, uno strumento progettato per agire come un vero e proprio assistente digitale in grado di gestire una mole impressionante di compiti d’ufficio, dall’organizzazione dei file alla stesura di report, ha funzionato da detonatore. La sua presentazione, avvenuta la scorsa settimana, ha infatti causato un marcato movimento di vendita sui titoli di molte società operanti nel campo del Software-as-a-Service, il modello SaaS che costituisce l’ossatura dell’attuale mercato del business software. Il timore, soprannominato non a caso “SaaSpocalypse”, è che l’automazione spinta resa possibile da tali strumenti possa erodere o addirittura rendere obsoleti i modelli di business su cui si reggono interi comparti, generando una disintermediazione di massa e una riconfigurazione radicale del mondo del lavoro.
Un futuro tra innovazione e destabilizzazione
Il quadro che emerge, pertanto, è quello di una tecnologia capace di trainare un nuovo ciclo di produttività ma anche di destabilizzare equilibri consolidati in tempi brevissimi. Gli eventi di Borsa seguiti all’annuncio di Anthropic, con vendite concentrate soprattutto su titoli di società di software legali e gestionali, sono la spia evidente di questa duplice natura. L’intelligenza artificiale, mentre promette di liberare risorse umane da compiti ripetitivi, solleva al contempo questioni profonde sulla tenuta di interi settori economici, senza che sia ancora possibile tracciare con chiarezza i confini tra vincitori e perdenti di questa transizione epocale. La paura di un’apocalisse del lavoro, o quantomeno di una sua profonda trasformazione, si intreccia così con l’euforia degli investitori, creando un panorama finanziario e industriale di grande complessità e imprevedibilità.




