Ferrari, il peso delle scelte in Olanda: caos strategico e tensione nel box di Maranello
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Redazione Sport
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Il rientro dalla pausa estiva, come spesso accade, doveva rappresentare per la Ferrari un nuovo inizio, l'occasione per rimettere in carreggiata una stagione fin qui altalenante e, complice un ritrovato potenziale della SF-26, una chance per ricucire lo strappo con le vetture di testa. La realtà dei fatti, quella emersa dal Gran Premio d'Olanda, ha invece dipinto un quadro decisamente più amaro e, purtroppo per i tifosi del Cavallino, fin troppo familiare.
Lontana dai bagliori di competitività intravisti in alcune occasioni, la scuderia di Maranello è apparsa a Zandvoort ancora una volta confusionaria, vittima di una gestione tattica farraginosa e di un clima interno che, tra i due piloti e il muretto, si è trasformato in un'estenuante prova di nervi.
Il quarto e quinto posto finale di Lewis Hamilton e Charles Leclerc, se da un lato hanno fruttato punti preziosi, dall'altro hanno fotografato una prestazione opaca e al di sotto delle reali possibilità, con il team principal Frederic Vasseur che ha ammesso la necessità di un'analisi approfondita per comprendere i molteplici errori di esecuzione che hanno compromesso la gara.
L'analisi telemetrica: un podio gettato al vento per colpa di un'inerzia tattica
Per comprendere appieno l'entità dell'occasione mancata, è sufficiente guardare i numeri forniti dall'analisi telemetrica del Gran Premio, che restituiscono con spietata oggettività il peso delle indecisioni del muretto di Maranello.
La strategia, sulla carta, non appariva dissennata, con entrambe le vetture schierate su gomme soft al via, ma il primo vero scivolone è arrivato in occasione della ripartenza dopo la bandiera rossa, quando Leclerc, scattato male, ha ceduto la posizione a Oscar Piastri, un errore che lo ha costretto a inseguire per buona parte della corsa e che ha innescato la catena di eventi nefasti per il team.
Il vero e proprio buco nero tattico, però, si è consumato a metà gara, quando Hamilton, montando gomme dure con tre giri in meno rispetto al compagno di squadra e un passo decisamente superiore, si è ritrovato incollato al retro della vettura di Leclerc.
Invece di procedere immediatamente a uno scambio di posizioni – operazione che avrebbe permesso al britannico di sfruttare il suo ritmo in aria pulita e di giocarsi le proprie carte per il podio – il muretto ha lasciato che il sette volte campione del mondo perdesse prezioso tempo dietro al compagno per tre interminabili giri, un ritardo stimato di circa 2,5 secondi. Un lasso di tempo che, come dimostrato dalla telemetria, si è rivelato fatale.
Quei 2,5 secondi persi, con il senno di poi, si sono trasformati in un gap di circa 4,5 secondi quando la Virtual Safety Car è entrata in pista al cinquantacinquesimo giro; se Hamilton avesse conservato quel vantaggio, sarebbe arrivato alla VSC in testa, guadagnando la posizione su Russell e, di fatto, agguantando il terzo gradino del podio senza troppi patemi. Un'occasione sciupata per una mancanza di decisione che ha lasciato tutti con l'amaro in bocca.
"Una cavia o cosa?": Hamilton e la rabbia per una gestione senza timone
La frustrazione per questa evidente inerzia strategica è esplosa con veemenza nelle comunicazioni radio di Lewis Hamilton, che durante la gara non ha usato mezzi termini per esprimere il suo disappunto. Le sue parole, riportate con chiarezza, hanno messo in luce un senso di abbandono e di incomprensione: "Che spreco di tempo, ragazzi, ottimo lavoro", ha dichiarato con sarcasmo l'inglese, per poi chiedere in modo più diretto e amaro: "Mi state usando come cavia o cosa? Che sta succedendo?".
La sensazione del pilota, supportata dai dati, era quella di essere stato sacrificato in nome di una strategia altrui, tenuto in pista con gomme ormai esauste mentre le sue chance di podio sfumavano inesorabilmente.
La tensione, comprensibilmente, non si è placata nemmeno dopo la bandiera a scacchi, alimentando un dibattito acceso all'interno del paddock. Un simbolo del Cavallino come Jean Alesi non ha esitato a criticare aspramente i toni utilizzati da Hamilton, definendo la sua lamentela "fuori luogo" e ricordando che, nonostante la sua immensa personalità, la Ferrari merita rispetto, anche quando non asseconda le richieste dei suoi piloti.
Tuttavia, a rendere il quadro ancora più complesso è stata l'analisi di chi, come l'ex manager e giornalista Peter Windsor, ha voluto scavare a fondo nella dinamica interna del team. Windsor ha puntato il dito contro quella che definisce una mancanza di leadership, una guida forte che dovrebbe provenire dal vertice, paragonando il silenzio radio di Frederic Vasseur alla presenza autoritaria di un Toto Wolff in Mercedes, capace di riportare l'ordine con un pugno duro quando necessario.
Un'assenza che, unita alla presenza di due superstar come Hamilton e Leclerc, crea un cocktail esplosivo: nessuno, a quanto pare, si sente autorizzato a dare ordini, e il caos diventa la norma.
Le due anime del box: la lezione di Mercedes e l'incertezza del Cavallino
Il confronto con quanto accade nel box della Mercedes, un tempo rivale storica e oggi esempio di gestione implacabile, è stato fin troppo naturale e impietoso. Mentre in casa Ferrari si assisteva a un teatrino di incomprensioni e richieste inascoltate, dalla parte opposta del paddock le Frecce d'Argento fornivano un manuale su come si gestisce una gara.
George Russell e Kimi Antonelli, anch'essi su strategie differenti, hanno eseguito gli ordini di scuderia con precisione svizzera: Russell ha lasciato passare il più rapido Antonelli quando richiesto, e in seguito i ruoli si sono invertiti per massimizzare il risultato di squadra, con il giovane italiano che ha ottenuto un prezioso secondo posto alle spalle di Norris. Un meccanismo oliato e autoritario, che ha portato a casa il massimo dei punti senza creare attriti distruttivi.
Di fronte a questo spettacolo, la domanda sorge spontanea: perché la Ferrari, che in passato ha fatto della disciplina e del pugno di ferro il suo marchio di fabbrica, oggi brancola nel buio? La risposta, per molti osservatori, risiede nella scelta di aver affiancato due piloti dal carisma e dall'ego smisurati, con Hamilton che ha alle spalle una carriera leggendaria e Leclerc che è ormai un idolo indiscusso, con un peso specifico all'interno del team e della piazza che non può essere ignorato.
Se in Mercedes Toto Wolff, come lui stesso ha ricordato nel 2016 quando licenziò i suoi due piloti dopo una collisione, ha dimostrato che la squadra viene prima di tutto, in Ferrari si percepisce una titubanza nel prendere decisioni nette che possano scontentare l'uno o l'altro campione. Come ha sottolineato Luigi Mazzola, in una situazione in cui Hamilton non è in piena lotta per il mondiale, forse è persino giusto non stabilire gerarchie, ma questa filosofia, se da un lato evita attriti immediati, dall'altro rischia di tramutarsi in un immobilismo tattico che costa punti pesanti.
Un'analisi che trova conferma nelle parole di Vasseur, il quale, pur riconoscendo gli errori di esecuzione e la "confusione" creatasi, non è riuscito a fornire una soluzione immediata a un problema che sembra ormai strutturale.
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