È morto William Foege, l'epidemiologo che cancellò il vaiolo dalla storia
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Redazione Salute
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Si è spento a ottantanove anni, nella sua casa di Atlanta, William Herbert Foege, il medico e epidemiologo statunitense la cui intuizione strategica ha permesso di cancellare il vaiolo dalla faccia della Terra. La morte, sopraggiunta per un’insufficienza cardiaca congestizia, è stata resa nota da un collega e amico di una vita, che ha confermato la scomparsa di un gigante della sanità pubblica. La sua eredità, che travalica di gran lunga il singolo, seppur epocale, risultato, si staglia sull’intero panorama della medicina globale, dimostrando come un approccio metodico e innovativo possa piegare anche i flagelli più radicati.
La strategia che cambiò il corso della storia medica
Mentre negli anni Sessanta la lotta alla malattia virale sembrava arenarsi di fronte all’impossibilità logistica di vaccinare intere popolazioni, Foege, allora giovane medico in forza ai Centri per il controllo delle malattie, mise a punto e applicò con tenacia la cosiddetta “strategia della sorveglianza e del contenimento”. Un metodo, questo, che rovesciava il paradigma allora vigente, poiché non puntava a un’immunizzazione di massa indiscriminata ma concentrava le risorse, peraltro limitate, sull’identificazione rapida dei focolai e sulla vaccinazione di tutte le persone che erano state in contatto con gli infetti. Quell’idea, che alcuni all’inizio considerarono troppo azzardata, si rivelò invece vincente, consentendo di interrompere la catena del contagio con un’efficacia senza precedenti e portando, nel 1980, alla dichiarazione ufficiale di eradicazione della malattia da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Fu una vittoria dell’intelligenza applicata alla scienza, la quale, partendo da un’osservazione meticolosa dei dati epidemiologici, seppe tracciare una via percorribile laddove altre sembravano precluse.
Un impegno che non conobbe confini
Il suo lavoro, del resto, non si limitò affatto a quell’impresa titanica. Foege, il cui sguardo era sempre rivolto alle popolazioni più vulnerabili, contribuì in maniera decisiva anche alle campagne di vaccinazione infantile su scala planetaria e fu una voce autorevole, sebbene spesso critica, nella lotta contro l’Aids, spingendo per una risposta coordinata e basata sull’evidenza scientifica. La sua onestà intellettuale lo portò, in tempi più recenti, a esprimere forti riserve sulle politiche sanitarie dell’amministrazione di Donald Trump, attualmente presidente degli Stati Uniti, e in particolare sulle posizioni del segretario alla Sanità dell’epoca, giudicate pericolosamente cedevoli verso le correnti anti-vacciniste. Le sue osservazioni, sempre pacate ma fermissime, nascevano dalla preoccupazione per la salvaguardia di quei principi di sanità pubblica che aveva servito per tutta la vita, consapevole che il progresso ottenuto faticosamente potesse essere eroso da scelte miopi.
Il lascito di un pragmatista visionario
Quello che rimane, oltre ai riconoscimenti accademici e alle onorificenze, è un metodo di lavoro esemplare, fondato sulla raccolta scrupolosa dei fatti e sulla capacità di adattare le strategie alla realtà, spesso complessa, del campo. Foege insegnò che per affrontare le emergenze sanitarie, che siano pandemiche o legate a malattie trascurate, non bastano la buona volontà e le risorse, sebbene necessarie, ma è indispensabile una pianificazione razionale, il coraggio di abbandonare le vie che non funzionano e la disciplina di seguirne rigorosamente di nuove. La sua scomparsa priva il mondo di una di quelle figure la cui autorità morale era pari alla competenza tecnica, un uomo che seppe tradurre una profonda compassione per le sofferenze umane in azioni concrete, il cui impatto si misura in milioni di vite salvate e in un traguardo, l’eradicazione del vaiolo, che resta un faro per le generazioni future di scienziati e operatori della salute pubblica.




