Omicidio Cinzia Pinna, chiuse le indagini: la procura esclude la legittima difesa per Ragnedda

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’avviso di conclusione delle indagini, notificato nei giorni scorsi agli uffici dei difensori, segna ufficialmente il passaggio di consegne tra il lavoro investigativo della Procura di Tempio Pausania e la futura fase dibattimentale; un passaggio che, come sottolineato dagli stessi legali dell’indagato, pone fine – almeno sulla carta – a quella che è stata definita una “gestione mediatica” del caso, restituendo la vicenda alla sua dimensione tecnico-giuridica.

Per Emanuele Ragnedda, l’imprenditore di Arzachena reo confesso del femminicidio di Cinzia Pinna, la posizione della pm Noemi Mancini è drasticamente severa: niente legittima difesa, bensì l’accusa di omicidio volontario aggravato da crudeltà, sevizie e motivi abietti.

Dalla ricostruzione degli inquirenti emerge che la giovane di Castelsardo, uccisa la notte fra l’11 e il 12 settembre dell’anno scorso nella tenuta di Conca Entosa, fu colpita da tre proiettili calibro 9 mentre era seduta sul divano, un dettaglio balistico che, se confermato in aula, risulterebbe incompatibile con la tesi dell’aggressione armata sostenuta dalla difesa.

La strategia della difesa e il “mostro” dipinto dall’accusa

I penalisti Luca Montella e Gabriele Satta, che assistono Ragnedda, hanno rotto un silenzio durato otto mesi per ribaltare il racconto della procura, e lo hanno fatto con una nota che non lascia spazio a fraintendimenti: «Emanuele Ragnedda non è il mostro che viene dipinto dalle indagini». Secondo i legali, l’uomo avrebbe agito esclusivamente per difendersi da un’aggressione armata, scatenata dalla stessa vittima la quale – stando al racconto del loro assistito – lo avrebbe ferito alla bocca con un coltello da cucina.

Un’eventualità, questa, che la pm Mancini ha invece definito come un semplice pretesto per sfogare «un tale grado di perversità da destare un profondo senso di ripugnanza in ogni persona di media moralità»; per l’accusa, insomma, non esiste alcuna valida ragione alternativa che giustifichi l’esplosione dei colpi, se non la volontà di sopraffazione dell’imprenditore.

A supporto della tesi difensiva, il super consulente Dario Redaelli ha effettuato un sopralluogo a fine maggio nella stanza del delitto, sostenendo di aver raccolto abbondanti tracce ematiche riconducibili a Ragnedda, elementi che – secondo i difensori – proverebbero la cruenta colluttazione precedente agli spari.

L’accusa di calunnia e la posizione degli altri indagati

Non solo omicidio volontario: nel calderone delle contestazioni per Ragnedda è finita anche l’ipotesi del reato di calunnia. Nei primi momenti successivi al ritrovamento del corpo, l’imprenditore tentò infatti di deviare le indagini raccontando ai Carabinieri che a gettare in mare la salma della vittima fosse stato un suo amico, Luca Franciosi, per il quale la procura ha invece formalizzato una richiesta di archiviazione.

Quest’ultimo, difeso dagli avvocati Maurizio e Nicoletta Mani, ha sempre sostenuto la propria estraneità ai fatti, e i legali hanno già anticipato la volontà del loro assistito di costituirsi parte civile nel processo a carico di Ragnedda per riparare al «danno dell’accusa infamante e infondata».

Anche per Rosa Maria Elvo, compagna dell’indagato all’epoca dei fatti e inizialmente finita nel registro degli indagati per favoreggiamento, la situazione si è sbloccata positivamente: la stessa procura ha infatti escluso la sua presenza fisica sulla scena del crimine, non essendo state trovate tracce genetiche a lei riconducibili all’interno dello stazzo di Conca Entosa.

La ricostruzione della notte e il rischio ergastolo

La procura di Tempio, avvalendosi delle consulenze del Ris di Cagliari e di un pool di specialisti tra cui il medico legale Salvatore Lorenzoni e l’entomologa forense Valentina Bugelli, ha ricostruito la serata del delitto con un filo logico privo di zone d’ombra per l’accusa.

Secondo gli inquirenti, Ragnedda e Pinna si sarebbero incontrati a Palau la sera dell’11 settembre, probabilmente per un aiuto richiesto dalla donna; dopo aver assunto cocaina in auto, i due sarebbero giunti nella tenuta dove, in circostanze ancora in fase di definizione, l’imprenditore ha impugnato la sua Glock calibro 9.

Con la chiusura delle indagini e l’aggravante dei motivi abietti, il destino processuale di Ragnedda appare segnato verso la Corte d’Assise: la legge, in questi casi, preclude l’accesso a riti alternativi come il patteggiamento o l’abbreviato, esponendolo concretamente alla pena dell’ergastolo. La parola, adesso, passa al giudice dell’udienza preliminare, chiamato a decidere se accogliere le richieste dell’accusa o se concedere spazio alle tesi della difesa nel dibattimento.

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