Patrimonio estero degli italiani a 225 miliardi, crescono le attività finanziarie oltre confine
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Redazione Economia
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Non è più soltanto una consuetudine per pochi, né una strategia riservata alle grandi imprese: la propensione dei contribuenti italiani a spostare una parte – talvolta cospicua – della propria ricchezza fuori dai confini nazionali, si è ormai consolidata in una tendenza strutturale, come dimostrano gli ultimi numeri emersi dal quadro di fiscalità annuale del dipartimento Finanze del ministero dell’Economia. Analizzando le dichiarazioni dei redditi relative al 2024, si scopre che il patrimonio detenuto all’estero, tra immobili, conti correnti, titoli azionari e altri investimenti finanziari, ha raggiunto quota 225 miliardi di euro. Un incremento del 7,3% rispetto all’anno precedente, quando il valore si fermava a 212,1 miliardi, che racconta una mobilità di capitale tutt’altro che trascurabile.
Immobili e titoli: due pesi, due misure
Scomponendo il dato aggregato, emerge un quadro articolato: da un lato, il comparto immobiliare – quello storicamente più legato alla tradizione italiana del mattone – si attesta su un valore complessivo di 34 miliardi di euro, sostanzialmente in linea con il 2023 e, verrebbe da dire, in una fase di possibile stallo. Dall’altro, le attività finanziarie (pensiamo a prodotti assicurativi, fondi comuni, azioni e obbligazioni) hanno toccato quota 191 miliardi, segnando un balzo notevole rispetto ai 178 miliardi dichiarati l’anno prima. Questa differenza di andamento suggerisce che gli investitori italiani, probabilmente alla ricerca di rendimenti più competitivi o di maggiore liquidità, stiano orientando i loro capitali verso strumenti finanziari mobiliari, lasciando l’immobiliare in una posizione residuale.
Un gettito in crescita per l’Erario
Tutto questo movimento di ricchezza, peraltro, non sfugge al fisco. Su questi patrimoni esteri si applicano specifiche imposte – aliquote perlopiù contenute in termini percentuali, va detto – che tuttavia consentono al fisco non solo di tracciare con precisione l’evoluzione dei capitali oltre confine, ma anche di incassare maggiori risorse. Il gettito fiscale derivante da queste dichiarazioni è aumentato di 250 milioni di euro, finiti direttamente nelle casse dell’Erario nazionale. Un dato, quest’ultimo, che conferma come l’emersione spontanea (o indotta dagli obblighi dichiarativi) della ricchezza detenuta all’estero possa tradursi in un beneficio concreto per i conti pubblici, senza bisogno di ricorrere a condoni o misure straordinarie.
Numeri da leggere con attenzione
I 225 miliardi di euro rappresentano, beninteso, solo la parte emersa attraverso le dichiarazioni dei redditi: quella che i contribuenti hanno scelto – o sono stati costretti – di comunicare all’amministrazione finanziaria. Non vi è alcuna certezza, né alcuna illazione da fare, sull’esistenza di una quota sommersa, più ampia o più ridotta che sia. Tuttavia, la crescita costante anno dopo anno – lo ricorda anche ItaliaOggi, che per prima ha riportato i numeri – dimostra che sempre più italiani, nel gestire i propri risparmi, guardano oltre i confini nazionali, spinti chissà da quali considerazioni di rendimento, sicurezza o semplicemente di diversificazione. L’unico fatto certo, in questa evoluzione silenziosa ma inarrestabile, è che i capitali viaggiano e che il fisco, intanto, li segue.




