Cdm, ok al decreto per il patto Ue su migrazione e asilo. Via libera alle procedure accelerate in frontiera

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’appuntamento, fissato per il prossimo 12 giugno, non poteva essere rinviato: il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo entrerà in vigore a quella data, e l’Italia – che pure rivendica un ruolo da capofila nella partita europea – doveva necessariamente dotarsi di uno strumento normativo per rendere immediatamente operative le disposizioni comunitarie. Ecco allora il decreto-legge varato ieri dal Consiglio dei ministri, un provvedimento che il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha definito una “rivoluzione copernicana”.

Una definizione che, al di là della retorica, tenta di fotografare la portata del cambiamento per l’ordinamento italiano: si passa da un sistema che, nelle parole dello stesso ministro, lasciava i richiedenti asilo sul territorio anche per tre o quattro anni in attesa di un giudizio, a uno basato su tempistiche serrate e trattenimento in prossimità dei valichi di frontiera.

Procedure accelerate e permanenza obbligata

Il cuore del provvedimento, come spiegato durante la conferenza stampa post-Cdm, è l’introduzione delle cosiddette “procedure accelerate di frontiera”. Una procedura che non sarà applicata a tutti, ma a categorie ben precise di migranti: coloro che rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale, chi proviene da Paesi con un tasso di riconoscimento della protezione inferiore al venti per cento (i cosiddetti “Paesi sicuri” ridefiniti dalla recente intesa europea), oppure chi abbia fatto ricorso a documenti o informazioni false.

L’obiettivo dichiarato – e imposto dalle norme Ue – è concludere l’intero iter, dalla presentazione dell’istanza all’eventuale rigetto, nell’arco massimo di dodici settimane; durante questo lasso di tempo, che rappresenta la novità più rilevante sul piano operativo, il richiedente ha l’obbligo di rimanere a disposizione delle autorità in luoghi dedicati situati alla frontiera o nelle sue immediate vicinanze, senza che tale permanenza equivalga a un permesso di ingresso nel territorio nazionale.

L’Italia, stando agli atti del governo, dovrà gestire un numero massimo di sedicimilatrentadue domande annue con questa procedura rapida, quantitativo stabilito dalla Commissione europea per il primo anno di applicazione della riforma.

Le norme sulla giustizia e la stretta sulla tratta

L’ordine del giorno del Consiglio dei ministri, tuttavia, non si esauriva con il pacchetto immigrazione; la seduta di palazzo Chigi ha dato il via libera anche a un decreto legislativo collegato alla direttiva (UE) 2024/1712, che modifica il quadro normativo precedente in materia di tratta di esseri umani.

Un intervento che adegua il codice penale italiano a standard più severi, includendo nello spettro dei reati di riduzione in schiavitù e tratta – previsti agli articoli 600 e 601 – fattispecie come lo sfruttamento della maternità surrogata, l’adozione illegale e il matrimonio forzato.

Particolare attenzione è stata riservata anche all’evoluzione tecnologica dei crimini: viene inserito un esplicito riferimento all’utilizzo delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, sia nelle fasi di reclutamento delle vittime sia nella diffusione di materiale illegale online, aggravanti che comporteranno sanzioni interdittive per le persone giuridiche coinvolte.

Sfide organizzative e tempistiche serrate

Se sul piano concettuale la “rivoluzione” sembra delineata, sul piano concreto restano aperti diversi nodi operativi che il governo dovrà sciogliere in poco più di una settimana.

Il ministro Piantedosi ha chiarito che il decreto approvato ieri anticipa solo le disposizioni più urgenti di carattere organizzativo, mentre misure come il “blocco navale” – ovvero l’interdizione temporanea delle acque territoriali in caso di emergenza – la nuova disciplina del trattenimento nei Centri di Permanenza per i Rimpatri (Cpr) e l’allargamento delle cause di espulsione restano confinate in un disegno di legge separato, attualmente al vaglio del Parlamento.

Resta da capire, insomma, se la macchina amministrativa e giudiziaria riuscirà a rispettare la fatidica scadenza del 12 giugno, data in cui le nuove regole diventeranno operative e in cui l’Italia sarà chiamata a dimostrare sul campo quella capacità di “fare da modello” in Europa che Palazzo Chigi continua a rivendicare.

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