Valentino Garavani, il signore del rosso, si è spento a 93 anni
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Redazione Interno
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Roma perde uno dei suoi più luminosi ambasciatori, quel Valentino Garavani il cui nome, nell'immaginario collettivo, è diventato sinonimo di un'eleganza austera e monumentale. Lo stilista, morto all'età di novantatré anni nella sua abitazione romana, ha lasciato un vuoto che va ben oltre i confini della moda, toccando l'essenza stessa di un'idea di bellezza italiana, rigorosa e senza tempo. La notizia, come era inevitabile, è stata diramata con un comunicato congiunto dalla Fondazione a lui intitolata e da Giancarlo Giammetti, figura non solo di socio co-fondatore della maison ma di compagno di una vita intera, personale e professionale, in un sodalizio che ha scritto la storia. Giammetti ha scelto di rendere omaggio con un gesto semplice ed eloquente, pubblicando su Instagram una fotografia di Valentino accompagnata dalla didascalia "…forever…", un "per sempre" che racchiude decenni di condivisione e che risuona come un epitaffio perfetto per un'estetica destinata a durare.
L'impronta di un colore che è diventato leggenda
Se si prova a pensare a Valentino, la mente corre immediatamente a una tonalità precisa, quella di un rosso assoluto, privo di compromessi, che sembra possedere una luce interna. Quel rosso Valentino, un pigmento puro e regale, non è nato da un calcolo di marketing ma da un lampo di memoria, da un'immagine giovanile incisa a fuoco. La genesi, come spesso raccontato, risale a una serata al teatro dell'opera di Barcellona, dove l'eleganza di un'anziana signora avvolta in un abito di velluto rosso colpì a tal punto il giovane Valentino da diventare, anni dopo, la firma cromatica della sua intera produzione. Un colore che, come accade solo alle creazioni più radicali, ha finito per identificare il suo creatore, diventando un'icona universale al pari della sua silhouette.
Dalla maison romana alle dive del cinema, un'ascesa senza cedimenti
Dopo un apprendistato parigino di circa tredici anni, fu a Roma che Valentino piantò le basi del suo impero, fondando la maison nel 1960 e trovando nella città eterna la cornice ideale per la sua estetica classicheggiante. Il successo non si fece attendere e, già l'11 gennaio 1971, al termine della sfilata primavera-estate, lo stilista venne celebrato da una standing ovation nella capitale, suggellando il suo ruolo di dominatore incontrastato. La sua clientela era composta da quelle donne – attrici, aristocratiche, first lady – che cercavano non un abito per una stagione, ma un'armatura di bellezza per l'eternità. Le sue creazioni hanno vestito le più grandi dive, da Sophia Loren, che nel 2019 a Milano gli consegnò il Premio alla carriera sui Green Carpet Fashion Awards, a molte altre, diventando parte integrante della storia del costume e del cinema del Novecento.
Un'eredità che parla di perfezione artigianale
Quella di Valentino è stata una carriera straordinaria, scandita non da rivoluzioni effimere ma dal perseguimento ostinato di un canone di grazia e perfezione tecnica. Il suo atelier romano è diventato il tempio di un saper fare meticoloso, dove ogni punto, ogni drappeggio, ogni taglio era sottoposto al suo sguardo implacabile. L'addio alle scene, giunto alcuni anni fa, non ha sminuito la potenza della sua lezione, che continua a vivere nel marchio che porta il suo nome e, soprattutto, nell'idea che l'alta moda sia un'arte nobile e severa. La sua scomparsa chiude un capitolo fondamentale, ma lascia intatta, immutabile come il suo rosso, l'immagine di un creatore per il quale la parola "compromesso" non ha mai avuto significato.




