Carburanti, in Calabria prezzi tra i più alti d’Italia: benzina a 1,750 euro, gasolio a 2 euro
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Redazione Interno
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La fotografia scattata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, con i dati aggiornati allo scorso 23 marzo, restituisce un’immagine ormai consueta ma non per questo meno pesante per gli automobilisti calabresi: quella di una regione che, per quanto riguarda il costo del rifornimento, si colloca stabilmente tra le più care d’Italia. Nel dettaglio, il prezzo medio praticato nella regione in modalità self service tocca quota 1,750 euro al litro per la benzina, mentre per il gasolio si arriva addirittura a 2,000 euro al litro. Un quadro, questo, che proietta la Calabria ai vertici nazionali della classifica per entrambi i tipi di carburante, collocandola in quella fascia di territorio dove il rifornimento incide maggiormente sulle spese quotidiane.
A rendere ancora più complessa la lettura del fenomeno, come spesso accade in queste circostanze, è l’intreccio tra dinamiche internazionali e scelte di politica economica interna. Da un lato, le tensioni geopolitiche in Medio Oriente – con i recenti bombardamenti statunitensi e israeliani in Iran e il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz – continuano a esercitare una pressione incessante sulle quotazioni internazionali del petrolio. È questo il contesto di fondo che, come spiegano gli analisti, sta rapidamente erodendo gli effetti tampone delle misure governative. Dall’altro lato, c’è il cosiddetto “decreto carburanti” varato dal governo nella scorsa settimana, un provvedimento pensato per fronteggiare proprio la nuova ondata di rincari attraverso la riduzione delle accise.
Tuttavia, la valutazione di esperti del settore, come quelli dell’associazione Transport & Environment (T&E), è destinata a gettare ombre sull’efficacia strutturale dell’intervento. Secondo l’associazione, che ha analizzato il provvedimento, si tratterebbe di un errore “costoso e strutturalmente inefficace”, una critica che si fonda sull’esperienza già maturata nel 2022 quando un analogo taglio indiscriminato delle accise non riuscì a stabilizzare i prezzi nel lungo periodo. L’accusa di fondo, mossa dagli esperti, è quella di aver scelto una strada che invece di accelerare la transizione verso le fonti rinnovabili, ripete un modello già fallimentare, il cui costo per le casse pubbliche si era allora aggirato attorno ai 7,6 miliardi di euro.
L’effetto (breve) del taglio delle accise e il ritorno dei rincari
Se negli ultimi giorni, a cavallo dell’entrata in vigore del decreto, il prezzo del gasolio aveva mostrato un timido cedimento tornando temporaneamente sotto la soglia simbolica dei 2 euro al litro, si è trattato di un respiro breve. La misura, operativa dal 19 marzo, ha di fatto subito un rapido annullamento del proprio beneficio a causa della voracità con cui le quotazioni internazionali stanno assorbendo lo sconto fiscale. Il risultato, a distanza di pochi giorni, è che l’effetto reale della manovra sembra già esaurito, lasciando i prezzi nuovamente in balìa delle fluttuazioni dei mercati energetici globali.
A testimonianza di questa pressione rialzista, il quadro nazionale registra differenze territoriali molto marcate. Mentre il prezzo del diesel continua a essere oggetto di forti oscillazioni, ci sono regioni dove la soglia dei 2 euro al litro non solo è stata superata, ma rappresenta ormai la media consolidata. Calabria, Campania e Molise si trovano tutte in questa condizione di criticità, con il gasolio stabilmente oltre i due euro. Sul fronte opposto, le Marche si confermano la regione più virtuosa – con una media per il diesel di 1,969 euro al litro – seguita da Friuli Venezia Giulia e Toscana, attestate a 1,970 euro al litro. Un differenziale, questo tra nord e sud, che ripropone il consueto divario infrastrutturale e logistico.
Le tensioni geopolitiche come motore dei rincari
Il contesto entro cui leggere questi numeri non può prescindere dalla situazione internazionale. La mattina di lunedì 23 marzo, i prezzi hanno continuato a subire le scosse telluriche provenienti dalle rotte mediorientali, dove le operazioni militari e la conseguente instabilità nello Stretto di Hormuz – passaggio obbligato per un terzo del petrolio via mare – hanno innescato una nuova fase di volatilità. Gli analisti di settore sottolineano come questo scenario di incertezza stia neutralizzando qualsiasi tentativo di calmieramento proveniente dalle politiche nazionali, trasformando il taglio delle accise in una misura temporanea che lascia intatte le cause strutturali del caro energia.




