Un sistema all’italiana nel Regno Unito: il crollo dei laburisti e l’ascesa di Farage ridisegnano Westminster

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   LONDRA – L’architettura politica che ha retto per oltre un secolo la vita pubblica britannica, fondata sulla rigida alternanza tra conservatives e laburisti, mostra crateri profondi che nessuna ritirata strategica potrebbe più celare. L’esito delle recenti elezioni amministrative, svoltesi in decine di comuni inglesi con il contestuale rinnovo dei Parlamenti di Scozia e Galles, restituisce l’immagine di un Paese che scivola verso un assetto frammentato, molto simile a quello a cui siamo abituati in Italia. La regina di questo terremoto elettorale, che ha spazzato via gli equilibri tradizionali, è stata la formazione populista di destra Reform Uk, guidata da Nigel Farage, la quale si è imposta come il vero argine alla marea montante dell’instabilità.

Il partito laburista, guidato dal premier Keir Starmer, ha subito quella che è stata definita una delle disfatte più gravi della sua intera storia. Nonostante l’onda d’urto ricevuta – un verdetto che ha spinto persino i sindacati a prendere le distanze dalla compagine governativa – il primo ministro, insediatosi a Downing Street solo un anno fa, ha annunciato che non intende rassegnare le dimissioni. La sua posizione, già erosa da un contesto di crisi economica persistente e da un aumento del costo della vita ulteriormente acuito dalle tensioni internazionali (basti pensare all’impatto del conflitto in Medio Oriente), appare però sempre più isolata. Sebbene il prossimo appuntamento con le urne per le generali sia fissato solo per il 2029, l’impressione diffusa tra gli analisti è che la permanenza di Starmer al numero 10 sia destinata a concludersi molto prima del previsto, complice anche la pressione esercitata dai suoi stessi detrattori.

Il sostegno che vacilla tra passi falsi e lo scandalo Mandelson

La parabola discendente del Labour non è attribuibile esclusivamente a fattori macroeconomici. Il consenso, infatti, ha risentito pesantemente dell’impopolarità personale del sessantatreenne Starmer, bersaglio di critiche feroci per i suoi continui cambiamenti di rotta e per una lunga serie di passi falsi politici. Tra questi, la decisione di nominare ambasciatore a Washington la figura controversa di Peter Mandelson ha innescato una vera e propria crisi interna, con frequenti richieste di dimissioni provenienti dai ranghi del partito. Parallelamente, i Conservatives – pur non essendo i principali artefici di questa débâcle – hanno pagato un prezzo altissimo in termini di seggi, dimostrando che il malcontento popolare non risparmia nessuna delle due anime del vecchio bipartitismo. In questo deserto politico, Reform Uk di Farage è emersa come la chiara vincitrice della tornata, cavalcando l’onda di chi percepisce la sicurezza economica e l’identità nazionale come valori in via di dissoluzione.

Farage e la fine del bipolarismo

L’entusiasmo di Nigel Farage, di fronte a questi risultati, è stato malcelato. «Il meglio deve ancora venire», ha dichiarato il leader populista, che ha visto il suo movimento sfondare ovunque, letteralmente. La conquista di quella che un tempo veniva definita la "roccaforte" laburista in Galles da parte delle forze sovraniste, insieme ai successi in aree tradizionalmente vicine al mondo operaio, segnala un esaurimento del consenso "di classe" che aveva sorretto il Labour per generazioni. L’Inghilterra si trova ora con una regia politica affollata da una mezza dozzina di attori – tra cui i radicali dei Verdi – in aperta e feroce competizione. Questa frammentazione, che rende sempre più complessa la formazione di qualsiasi maggioranza stabile, delinea il passaggio a un sistema politico dalla chiara impronta "continentale".

Le crepe nella base sociale

Se Starmer incassa la sconfitta senza mollare la poltrona, la base sociale che rappresenta sembra aver subito un’erosione irreversibile. I detrattori del premier non si stancano di elencare le promesse disattese e le mosse maldestre, dalle politiche fiscali percepite come punitive fino alle incoerenze su dossier chiave come quello dell’immigrazione e delle transizioni ecologiche. Mentre la guerra in Medio Oriente alimenta speculazioni finanziarie e rincari energetici, aggravando la stretta sul costo della vita per le famiglie britanniche, la risposta del governo è apparsa spesso lenta e scoordinata. Il trionfo di Farage, in questo contesto, non rappresenta semplicemente uno spostamento a destra dell’elettorato, ma il sintomo di una domanda radicale di discontinuità. Per la prima volta in epoca moderna, l’establishment di Westminster si trova a fare i conti con una realtà politica liquida e multipolare, dove la certezza della "alternanza" ha lasciato spazio alla lotteria dei piccoli partiti.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.