Il presidente Fontana elogia il made in Italy alimentare, ma Confartigianato lancia l’allarme: mancano all’appello 68mila lavoratori.

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il made in Italy a tavola continua a mietere consensi oltre i confini nazionali, forte di una tradizione che affonda le sue radici nel lavoro artigiano, ma il sistema produttivo interno mostra crepe sempre più profonde sul fronte del reclutamento di personale qualificato. Il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, intervenuto al convegno “Intelligenza artigiana a tavola” organizzato da Confartigianato presso la Camera dei Deputati, ha voluto sottolineare come la cucina italiana, forte del recente riconoscimento Unesco come patrimonio immateriale dell’umanità, debba gran parte del suo successo globale proprio alla maestria degli artigiani del cibo. Da loro, dai panettieri ai pastai, dai gelatai ai conservieri, passa quel gusto distintivo che rende il made in Italy alimentare riconoscibile e apprezzato in ogni continente, un’eccellenza che – ha ricordato Fontana – siede sulle tavole di tutto il mondo. Tuttavia, a margine di questo tributo all’eccellenza enogastronomica, i dati diffusi dalla stessa associazione di categoria dipingono uno scenario paradossale e preoccupante per il settore.

Un paradosso produttivo: export in crescita e personale introvabile

Il settore alimentare italiano, infatti, macina numeri da record sui mercati internazionali, con una crescita dell’export che nel 2025 ha toccato il +4,3%, confermando il cibo tricolore come un asset irrinunciabile per l’economia del Paese. Eppure, questa vitalità commerciale si scontra quotidianamente con una realtà fatta di organici incompleti e competenze che svaniscono. L’analisi diffusa da Confartigianato nel corso dell’incontro romano parla chiaro: su 176.450 figure professionali ricercate dalle imprese del food made in Italy nel corso del 2025, più di un terzo, precisamente 68.160 unità, sono risultate di fatto impossibili da reperire. Un’emorragia di potenziali addetti che non risparmia nessuna regione, colpendo con particolare intensità l’Emilia-Romagna, dove la domanda inevasa sfiora le novemila unità, seguita a ruota da Campania e Lombardia. Il dato allarmante, che ha acceso i riflettori degli operatori del settore, è che non si tratta di una crisi congiunturale, ma di una tendenza ormai strutturale, che rischia di vanificare gli sforzi di internazionalizzazione delle imprese.

Panettieri e pastai, i mestieri più a rischio di estinzione

A soffrire maggiormente della carenza di manodopera sono i mestieri che rappresentano la spina dorsale dell’artigianato alimentare italiano, quelli in cui la manualità e la trasmissione del sapere fanno la differenza tra un prodotto industriale e un’eccellenza. La fotografia scattata da Confartigianato è impietosa se si guarda alle categorie dei panettieri, pastai, pasticceri, gelatai e conservieri: su 28.610 lavoratori richiesti, 16.010 sono risultati difficili da trovare, con una percentuale che sfiora il 56%. Se si analizza il dettaglio, la situazione diventa ancora più critica per i panettieri e i pastai, figure cardine della tradizione alimentare nazionale: qui il tasso di irreperibilità balza al 67,6%, con 9.820 posizioni rimaste vacanti su 14.520 richieste. In un Paese che ha fatto del pane e della pasta i suoi ambasciatori nel mondo, il fatto che sette aziende su dieci non riescano a trovare un fornaio non è solo un problema economico, ma un segnale di allarme culturale, che parla di disaffezione verso i mestieri manuali e di un sistema formativo che fatica a intercettare i bisogni reali delle 64mila imprese artigiane attive nel comparto.

L’identità del made in Italy si gioca sulla trasmissione delle competenze

Dietro il successo del made in Italy alimentare, come ha ricordato il presidente di Confartigianato Alimentazione Cristiano Gaggion, c’è un patrimonio unico di qualità certificata, fatto di 330 prodotti DOP, IGP e STG, 530 vini di qualità e oltre 5.700 prodotti agroalimentari tradizionali. Un tesoro che poggia sulla capacità degli artigiani di unire tradizione, qualità delle materie prime e innovazione. La preoccupazione che emerge dal convegno, e che è stata ribadita dal presidente nazionale di Confartigianato Marco Granelli, è che questa eccellenza non possa essere data per scontata in futuro se non si interviene con decisione per colmare il vuoto di competenze. Non si tratta solo di numeri, ma della difficoltà di trasmettere un saper fare che si perde nei secoli a una nuova generazione di giovani, spesso poco attratti da orari impegnativi e da una scarsa percezione sociale del mestiere. Una difficoltà che stride con la crescente domanda dei consumatori, sempre più orientati verso i prodotti a chilometro zero e biologici, e con le potenzialità di un comparto che, nonostante tutto, continua a crescere e a dare lavoro a quasi 250mila addetti. La partita per il futuro del cibo italiano, insomma, si gioca tutta sulla capacità di formare e attrarre quelle professionalità che oggi, paradossalmente, mancano più che mai.

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