Hamas, l'inchiesta sulla raccolta fondi: la pista romana e il ruolo dell'imam

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le indagini che hanno portato all'arresto di nove persone, tra cui Mohammad Hannoun, presidente dell'Associazione palestinesi in Italia, accusate di far parte del comparto estero di Hamas, disegnano una rete di raccolta fondi che, partita da diverse città italiane, avrebbe trovato sbocco in operazioni di sostegno all'organizzazione. Le procure, coordinando le forze dell'ordine, hanno ricostruito un flusso di denaro che, secondo gli investigatori, sarebbe stato deviato dai suoi scopi dichiarati, ossia l'aiuto umanitario, per finanziare attività di terrorismo. La magistratura genovese, in particolare, ha sottolineato come le somme raccolte, anche attraverso eventi pubblici, confluissero in una cassa comune gestita di fatto da Hannoun.

Il dorso romano delle operazioni e il riferimento alla parrocchia

Nel quadro investigativo emerge con precisione una pista romana, la cui figura cardine sarebbe Ahmad Mohammad Suleiman Mousa, indicato come l'operativo nella Capitale per conto di una delle associazioni coinvolte. Le attività, che non si limitavano alla raccolta ma comprendevano anche la partecipazione a manifestazioni pubbliche dopo gli eventi del 7 ottobre, si sarebbero svolte in luoghi insospettabili. Fonti investigative riferiscono, ad esempio, di raccolte fondi organizzate presso la parrocchia di San Lorenzo in Lucina, circostanza che getta un'ombra su come strutture e occasioni di carattere sociale possano essere state utilizzate per scopi differenti.

La difesa dell'imam e l'accusa di un'operazione politica

Dalla parte degli indagati, le accuse vengono respinte con fermezza e ricondotte a una strategia politicamente motivata. L'imam Ben Mohamed, coinvolto nelle indagini, difende la regolarità delle operazioni di solidarietà, affermando che "le raccolte di fondi le abbiamo sempre fatte, almeno tre volte all'anno". Sostiene, inoltre, che esistano prove video della consegna degli aiuti, puntualmente recapitati, che ne attestino la destinazione. La sua tesi, esposta senza mezzi termini, è che "dietro questa indagine ci sia il preciso obiettivo politico, da parte di Israele, di impedire il sostegno alla popolazione in Palestina", definendola un'inchiesta orchestrata. Una posizione che contrappone alla ricostruzione giudiziaria una lettura completamente diversa, dove le azioni di sostegno umanitario vengono viste come il vero target da colpire.

Il contesto internazionale e le accuse di finanziamento

L'operazione si colloca in un momento di grande tensione internazionale, segnato dal conflitto tra Israele e Hamas e dalla posizione assunta dall'amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, storicamente vicina alle istanze israeliane. Le accuse specifiche rivolte agli arrestati parlano di un'associazione a delinquere finalizzata al terrorismo internazionale, con il denaro che, stando agli atti, sarebbe stato sottratto alla popolazione di Gaza per cui era pubblicamente destinato. La giudice Silvia Carpanini, nel firmare le ordinanze, ha definito Hannoun un membro dell'organizzazione terroristica, chiudendo un cerchio investigativo che lega attività sul territorio italiano a dinamiche di sostegno armato all'estero.

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