Giovanni Allevi e il mieloma: «dolore cronico, due vertebre rotte e le mani che tremano»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Quando Giovanni Allevi si siede davanti a un pianoforte, non lo fa mai con l’intenzione di comporre una semplice melodia, bensì di tradurre in note quel che le parole faticano a trattenere. Eppure, da quasi due anni – da quando cioè gli è stato diagnosticato un mieloma multiplo, una forma aggressiva di tumore del sangue – il suo rapporto con lo strumento è diventato un a corpo quotidiano, una sfida fisica prima ancora che artistica. Ospite del salotto di “Verissimo”, il compositore ascolano ha raccontato a Silvia Toffanin ciò che la malattia gli ha lasciato addosso: non soltanto la stanchezza, quella profonda e insidiosa, ma anche un tremore alle dita che rende ogni singola pressione dei tasti un atto di resistenza.
«Segni indelebili»: il prezzo che il paga
Non usa eufemismi, Allevi, quando descrive quel che resta di una battaglia combattuta tra flebo, cicli di cura e notti in bianco. «La malattia mi ha lasciato nel dei segni indelebili», ha detto, e tra questi c’è un dolore cronico alla schiena che non concede tregua. Due vertebre si sono fratturate – lo racconta con la stessa precisione con cui scriverebbe uno spartito – e per questo è costretto a portare un busto ortopedico, una sorta di armatura leggera che lo protegge da movimenti capaci di aggravare lesioni già profonde. A completare il quadro clinico, il tremore alle dita: un sintomo che per un pianista rappresenta quasi una beffa crudele, perché colpisce proprio lo strumento della sua arte.
«Finché il mostro dorme, io vivo pericolosamente»
Le cure non sono terminate, né probabilmente lo saranno mai del tutto. Allevi ha spiegato che il protocollo prevede una terapia a vita, un monitoraggio costante nella speranza che il “mostro” – così lo definisce, senza mai nominarlo con troppa solennità – non si risvegli. C’è, nelle sue parole, la consapevolezza di chi ha sfiorato il confine tra la vita e la morte: il peggio, comunque, è stato lasciato alle spalle. Oggi può dire di stare bene, anche se quel benessere è fragile, condizionato da una routine medica serrata e dalla paura silenziosa di una ricaduta. Ma la gioia di tornare a suonare, di sedersi nuovamente davanti a una tastiera e produrre suoni che non siano solo espressione di dolore, rappresenta per lui una sorta di rivincita esistenziale.
Il che trema e la musica che resta
Non c’è retorica, nel racconto di Allevi, né quella facile commozione che spesso accompagna le interviste sulla malattia. Lui parla da musicista, cioè da uomo abituato a trasformare l’imperfezione in bellezza. Le mani che tremano non sono un limite insormontabile, ma una nuova condizione con cui imparare a convivere. Il busto che indossa sotto la giacca – lo mostra senza imbarazzo – è diventato parte del suo, così come le vertebre rotte e il dolore che sale su per la schiena quando resta troppo tempo in piedi. Eppure, ribadisce, oggi può suonare. E quel «oggi», per chi ha visto la morte da vicino, vale più di qualsiasi previsione futura.




