Giovanni Allevi a Verissimo: «Il mostro si è addormentato, ma le mani tremano ancora»

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Nel salotto che non si concede mai una pausa, nemmeno quando le campane di Pasqua riempiono l’aria di quel senso di sospensione collettiva, Silvia Toffanin accoglie storie che pesano quanto macigni e le alleggerisce con lo sguardo di chi sa ascoltare. È così che, nell’appuntamento del 5 aprile 2026, Verissimo si trasforma in un confessionale laico dove Giovanni Allevi, il pianista che abbiamo imparato a riconoscere dal ciuffo ribelle e dalle dita danzanti sui tasti, si siede davanti alle telecamere per raccontare quello che nessuno vorrebbe mai vivere: la lotta contro un mieloma multiplo, quella “grave forma di tumore del sangue” scoperta nel 2022 e che, a suo dire, «il mostro si è addormentato». Non è guarigione, lo precisa lui stesso, ma una tregua – e in una tregua, si sa, ci si può aggrappare persino alla bellezza di una nota suonata male ma voluta bene.

La sofferenza è una nuvola, lui dice di essere il cielo

L’intervista, che sarebbe andata in onda nel pomeriggio del sabato precedente (quel 4 aprile in cui molti italiani preparavano ancora le uova di cioccolato), ha già fatto il giro dei social prima ancora di essere trasmessa. Perché Allevi non usa mezzi termini: racconta della diagnosi che ti spezza le gambe, delle cure che ti spezzano altro, e lo fa con una precisione quasi clinica che però non scade mai nel patetico. «La sofferenza è la nuvola, io sono il cielo», spiega a Toffanin – e in quella metafora c’è tutto il mestiere di chi ha passato ore a guardare un soffitto d’ospedale, ascoltando il proprio che si ribella. Il pianista confessa di essersi sentito «tra la vita e la morte», una frase che suonerebbe retorica in bocca ad altri, ma che da lui acquista il peso specifico dei fatti: due vertebre fratturate, un dolore cronico alla schiena che non se ne va, un busto ortopedico da indossare per proteggere quel che resta della colonna.

«Difficile suonare con le mani che tremano»

E poi c’è il tremore. Quello che per un pianista è la più crudele delle ironie. Allevi lo descrive senza nascondere l’amarezza: «un tremore di dita e qualche volta una profonda stanchezza». Non solo la fatica fisica, insomma, ma quella sensazione di avere il tradimento dentro le ossa, perché la malattia non ti chiede il permesso e nemmeno ti avverte quando tornerà a bussare. Lui, che ha scritto sinfonie intere con le mani, oggi deve fare i conti con l’incertezza del gesto più semplice – premere un tasto, tenere fermo un accordo. Eppure c’è, in quella fragilità dichiarata, una forza paradossale. Allevi non recita la parte del sopravvissuto eroico; al contrario, ammette la paura di una ricaduta, la convivenza con un nemico che definisce «addormentato» ma non sconfitto. Come dire: il mostro c’è, respira nel sottoscala della coscienza, ma per oggi ha chiuso gli occhi.

Segni indelebili e la benedizione di tornare alla musica

Quel che colpisce, nell’intervista a *Verissimo*, è l’assenza di retorica. Allevi parla del mieloma come di un inquilino indesiderato, ma lo fa con una lingua che mescola il dolore fisico – le vertebre fratturate, il busto, la stanchezza – a una sorta di gratitudine spiazzante. Perché lui, che «porta dei segni indelebili nel », ha comunque ritrovato la gioia di suonare. Non quella acrobatica dei concerti da tutto esaurito, ma una versione più intima, quasi domestica: il pianoforte come ancora di salvezza, come rituale che tiene a bada il caos interiore. Toffanin, dal canto suo, non forza la mano: lascia che sia il compositore a riempire gli spazi vuoti con i silenzi che contano più delle parole. E quando Allevi dice che oggi è «una persona nuova», non lo dice con l’entusiasmo da spot pubblicitario, ma con la cautela di chi ha visto l’abisso e sa che basta un passo falso per tornarci.

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