Via libera di Washington agli F-35 per Riad: 48 caccia e timori per la tecnologia
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Redazione Esteri
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Il Dipartimento di Stato americano ha formalmente notificato al Congresso l’approvazione di una possibile vendita militare all’Arabia Saudita che comprende quarantotto caccia F-35 Lightning II e quarantanove motori Pratt & Whitney F135-PW-100, per un valore stimato di 24,3 miliardi di dollari. L’annuncio, diffuso il 17 settembre, segna un passaggio decisivo nell’iter che potrebbe portare Riad a diventare il primo Paese arabo a schierare il velivolo stealth di quinta generazione, oggi operativo in Medio Oriente soltanto da parte di Israele.
Secondo quanto reso noto nella notifica inviata alle commissioni competenti, l’accordo include apparecchiature per le comunicazioni crittografate, sistemi di supporto per la guerra elettronica, pacchetti di addestramento e logistica. I contraenti principali indicati sono la Lockheed Martin Aeronautics di Fort Worth e la Pratt & Whitney Military Engines di East Hartford.
Il Dipartimento di Stato ha sostenuto che la cessione «non altererà l’equilibrio militare nella regione», ribadendo la posizione storica di Washington secondo cui Israele deve conservare la cosiddetta “qualitative military edge”, la superiorità tecnologica qualitativa sui potenziali avversari regionali.
La vicenda si trascina da anni: già nel novembre 2025, durante l’incontro alla Casa Bianca tra il presidente Donald Trump e il principe ereditario Mohammed bin Salman, l’amministrazione aveva manifestato l’intenzione di autorizzare la vendita nell’ambito di un più ampio accordo di cooperazione strategica.
Il pacchetto approvato il 17 settembre rappresenta il primo passo concreto in quella direzione, ma non conclude l’iter: la legge statunitense prevede che il Congresso disponga di un periodo di trenta giorni di calendario dalla notifica formale per esaminare e potenzialmente bloccare l’operazione.
A rendere politicamente sensibile la vendita sono i rapporti interni delle agenzie di intelligence statunitensi, la cui esistenza è stata rivelata dal New York Times nei giorni immediatamente precedenti all’annuncio ufficiale. In quei documenti si segnala la possibilità che la Cina possa acquisire o sottrarre la tecnologia del caccia attraverso attività di spionaggio in territorio saudita o per il tramite della crescente partnership militare e di sicurezza tra Riad e Pechino.
Un rapporto dettagliato redatto alcuni mesi fa dalla Defense Intelligence Agency aveva sollevato dubbi specifici sulla capacità di americani e sauditi di proteggere i siti in cui verrebbe custodita la tecnologia del velivolo, citando anche l’accesso di personale militare cinese ad alcune basi saudite e la diffusione di apparati tecnologici di aziende come Huawei e ZTE nelle infrastrutture di telecomunicazione e nelle installazioni della difesa.
Il deputato democratico Raja Krishnamoorthi, membro della Commissione Intelligence della Camera, ha espresso pubblicamente la propria contrarietà, affermando che la vendita non dovrebbe procedere mentre la stessa intelligence americana mette in guardia dal rischio che «i gioielli della corona» della tecnologia militare statunitense finiscano alla portata del Partito Comunista Cinese.
L’Arabia Saudita, da decenni il maggiore acquirente di armi e equipaggiamenti per la difesa statunitensi, intrattiene al contempo una relazione militare consolidata con la Cina che comprende l’acquisto di missili balistici e, secondo quanto riferito, l’assistenza tecnica cinese nello sviluppo di impianti produttivi per missili e nel miglioramento delle capacità operative in questo settore.
Tali legami rappresentano il fulcro delle perplessità espresse dagli analisti dell’intelligence, che nei loro rapporti hanno chiesto garanzie sull’accesso limitato ai siti sensibili e sulla rimozione di apparati cinesi dalle infrastrutture critiche.
Sullo sfondo resta il conflitto nello Yemen: Riad continua a guidare la coalizione militare contro i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran, e nei giorni scorsi ha riferito di aver intercettato un drone diretto verso la Mecca e di aver registrato una vittima a causa della caduta di detriti nella provincia di Taif.
Se il Congresso non dovesse opporsi, l’Arabia Saudita diventerebbe il ventesimo Paese al mondo a operare o aver ordinato gli F-35, il cui programma globale ha superato quota 1.355 esemplari consegnati e un milione di ore di volo. Il Regno, che già schiera una flotta mista composta da F-15 di produzione Boeing e da caccia europei Tornado e Typhoon, vedrebbe così rafforzata la propria aviazione in un contesto regionale segnato dalle tensioni con l’Iran.
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