Lukashenko usa i prigionieri come merce di scambio, Trump negozia la liberazione

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La repentina liberazione di centoventitré detenuti dalle carceri bielorusse, tra i quali spiccano il premio Nobel per la pace Ales Bialiatski e la stratega dell'opposizione Maria Kolesnikova, si configura come l'ultimo, plateale capitolo di una pratica di stato ormai consolidata. Il regime di Aleksander Lukashenko, da tempo accusato di utilizzare i prigionieri politici quali pedine di scambio per ottenere vantaggi economici e un parziale riconoscimento internazionale, ha infatti portato a termine l'operazione al termine di due giorni di colloqui diretti con una delegazione statunitense. Questi negoziati, voluti dal presidente Donald Trump e condotti senza mediazioni europee, avevano un obiettivo dichiarato: normalizzare i rapporti bilaterali, logorati da anni di sanzioni e reciproche accuse, e avviare la revoca delle restrizioni economiche che, in particolare, strangolano il cruciale settore bielorusso dell'esportazione di potassio.

Una strategia che viene da lontano

La dinamica degli eventi, del resto, non lascia spazio a molte interpretazioni alternative. Già lo scorso giugno, come ricordato dalla leader in esilio Sviatlana Tsikhanouskaya, il marito Sergey e altri tredici oppositori erano stati rilasciati in quello che apparve subito come un tentativo di allentare la pressione occidentale. Quell'episodio, sebbene di portata minore, aveva tracciato una via che oggi viene percorsa su scala ben più ampia, trasformando di fatto le prigioni in una riserva di valore negoziale. I fatti di cronaca nera che hanno visto, nel recente passato, numerosi attivisti finire in isolamento o scontare pene durissime per accuse ritenute pretestuose dalle organizzazioni per i diritti umani, trovano così una tragica coerenza in una logica di stato che non distingue tra reati comuni e dissenso politico, trattandoli tutti come capitale negoziabile.

I protagonisti di una liberazione attesa

Tra i volti più noti che hanno riacquistato la libertà spicca quello di Ales Bialiatski, fondatore dell'associazione Viasna96 e simbolo mondiale della lotta per i diritti umani in Bielorussia, il quale, giunto in Lituania, ha ringraziato pubblicamente gli Stati Uniti per il loro ruolo. Accanto a lui, una figura chiave delle proteste del 2020, Maria Kolesnikova, che dopo aver condotto in segreto la campagna elettorale dell'allora candidato Viktar Babaryka – anch'egli liberato in questa occasione – era diventata un'icona della resistenza per non aver accettato di essere espulsa con la forza dal paese. La sua destinazione, l'Ucraina, suggerisce peraltro il coinvolgimento di ulteriori attori regionali nella complessa trattativa, delineando una geografia diplomatica in movimento dove i confini tradizionali dell'influenza sembrano ridisegnarsi.

Gli equilibri di una diplomazia pragmatica

L'azione intrapresa dall'amministrazione Trump, che ha scelto un canale diretto con Minsk scavalcando le istituzioni comunitarie europee, segna un mutamento di rotta palpabile nella politica estera americana verso l'Europa orientale. La ricerca di un pragmatismo economico, finalizzato a sbloccare risorse e commerci, prevale infatti su altre considerazioni di natura ideologica o sui princìpi in materia di diritti umani che per anni avevano guidato la condotta occidentale. Da parte sua, Lukashenko ottiene non solo la prospettiva concreta di un alleggerimento delle sanzioni che pesano sull'economia nazionale, ma anche una forma di legittimazione, seppur parziale e contingente, del suo governo, dimostrando ancora una volta come la gestione del dissenso interno possa essere convertita in moneta di scambio sui tavoli della politica internazionale.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.