Cesare Cremonini, ottantamila persone dentro un abbraccio pop: la cronaca del concerto a Milano
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Ottantamila persone all’Ippodromo SNAI La Maura di Milano. Il numero dice tutto e non dice niente, come sempre quando si parla di Cesare Cremonini: i sold-out sono la sua condizione naturale da così tanto tempo che hanno smesso di essere una notizia. La notizia, stasera, è un’altra. La notizia vera è sempre e solo sul palco. «Via la giacca di lustrini, si torna al rock’n’roll e agli anni Settanta» aveva detto lui qualche giorno fa all’apertura del tour a Roma, e quella promessa, mercoledì 10 giugno, è stata mantenuta senza riserve.
Lasciando da parte, almeno per una sera, la monumentalità della dimensione da stadio che ha contraddistinto le sue ultime uscite pubbliche, l’artista bolognese ha scelto di restituire al pubblico un’essenza più cruda, più plasmabile, quasi artigianale, se così si può definire un concerto che ne ha richiamati ottantamila.
L’arena e l’attesa
Non è stata solo musica quella che si respirava nell’aria umida della serata milanese. I cancelli, aperti già dalle prime ore del pomeriggio per facilitare l’ingresso di un flusso così imponente di spettatori, hanno lasciato spazio a una gestione logistica millimetrica: ingressi pedonali distribuiti sui quattro punti cardinali, un’area suddivisa tra il Pit Gold (più vicino al palco) e il consueto posto unico sul prato. Chi arrivava in auto ha trovato parcheggio non solo nelle aree di sosta tradizionali, ma – novità assoluta di questa edizione – anche lungo la pista.
L’attesa, scandita dal vociare confuso di generazioni diverse che si mescolano senza soluzione di continuità, è proseguita fino alle 21.00 precise, l’ora in cui le luci si sono finalmente spente e il nuovo corso di Cremonini ha preso forma.
Della serie di concerti che compongono il “Cremonini Live26”, questo all’Ippodromo La Maura rappresenta forse il capitolo più puro. Dopo il doppio sold out al Circo Massimo di Roma, dove l’artista ha goduto della compagnia di ospiti del calibro di Lorenzo Jovanotti ed Elisa, la tappa milanese ha scelto la strada dell’essenzialità, pur regalando al pubblico una presenza illustre: Luca Carboni è salito sul palco per condividere con Cremonini l’esecuzione di “San Luca”, sigillando un’alleanza artistica che affonda le radici nella storia della canzone d’autore italiana.
Un incontro, quest’ultimo, che ha trasformato un brano già intimo in un abbraccio collettivo.
La trasformazione sonora e la scaletta
A cambiare, rispetto ai fasti dorati delle tournée precedenti, è però soprattutto l’ossatura musicale. Lui, Cremonini, si è alternato con disinvoltura tra chitarra, pianoforte, fisarmonica ma, soprattutto, il sassofono. Non un semplice vezzo, quello del sax, quanto piuttosto un’ossessione timbrica che sta ridisegnando i contorni delle sue hit.
In brani come “Il comico (Sai che risate)” o in “Marmellata #25”, la sua nuova voce strumentale ha aggiunto una patina calda e un po’ retrò, quasi da lounge psichedelica anni ’70, che ha stonato volutamente con la rigidità perfetta delle produzioni in studio. La scaletta, lunga quasi due ore e mezza, ha spaziato senza soluzione di continuità dai primi successi dei Lùnapop – come la trascinante “50 Special” – fino ai pezzi più recenti tratti da “Alaska Baby”.
Pezzi come “Acrobati” e “Poetica” hanno assunto una nuova linfa, mentre il pubblico si è letteralmente sciolto durante la cover dei Queen, “Tie Your Mother Down”, eseguita con una grinta che ha sorpreso anche i fan più affezionati.
Non c’è stato bisogno di effetti speciali invasivi per tenere alta l’attenzione. Il palco, attraversato da una lunga passerella che tagliava l’intera area dell’ippodromo, permetteva a lui di dominare ogni angolo della folla, creando un contatto visivo che nei grandi stadi si perde spesso. Ha portato “La ragazza del futuro” accanto a “Mondo” e “Grey Goose”, ha regalato momenti di pausa con “Vieni a vedere perché” al pianoforte e ha scatenato il pogo generale con “Latin Lover”.
La scaletta, sebbene per certi versi simile a quella della data zero di Gorizia e delle serate romane, ha mostrato una fluidità maggiore, come se la macchina del tour avesse ormai raggiunto un regime di crociera perfetto, pronto per l’ultimo sforzo estivo che lo porterà il 13 giugno all’Autodromo Enzo e Dino Ferrari di Imola e poi, il 17 giugno, alla Visarno Arena di Firenze.
L’assenza di conclusioni
“Un giorno migliore”, il brano che chiudeva idealmente la serata prima del definitivo abbandono del palco, è risuonato a lungo tra le mura dell’ippodromo, portando con sé l’eco di una folla che non voleva saperne di smettere di cantare. Quando le luci si sono riaccese, degli ottantamila spettatori restava solo il fruscio confuso delle chiacchiere mentre si avviavano verso le uscite, con il ritornello di “Nessuno vuole essere Robin” ancora appiccicato addosso come una seconda pelle.
È in quel momento, forse, che si capisce il senso di un’operazione come questa: non celebrare una popolarità scontata, ma ricostruire pezzo dopo pezzo il ponte tra chi quel suono lo ha inventato venticinque anni fa e chi lo sta scoprendo solo ora.




