Le elezioni più geopolitiche dell’Armenia: il voto tra Mosca e l’Europa monitorato anche da un senatore italiano
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Redazione Esteri
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Sarà pure un piccolo Paese del Caucaso meridionale, quello che si affaccia su scenari di instabilità cronica e che conta poco meno di tre milioni di abitanti, ma la posta in gioco, domenica 7 giugno, era tutt’altro che irrilevante. Mentre i seggi chiudevano alle 20 locali (le 18 in Italia), per eleggere i 101 membri dell’Assemblea nazionale, gli occhi degli analisti erano puntati su Erevan: qui, infatti, si giocava una partita destinata a ridisegnare gli equilibri di un’area strategica, schiacciata tra l’influenza russa, il riarmo azero e le lusinghe dell’Occidente.
A monitorare la regolarità della tornata – definita senza mezzi termini "la più geopolitica delle elezioni" – c’era anche un osservatore d’eccezione, il senatore varesino del Partito Democratico Alessandro Alfieri, che in qualità di componente dell’Assemblea parlamentare dell’Osce e capogruppo Pd in commissione Esteri al Senato, ha potuto toccare con mano le contraddizioni di un popolo in cerca di una nuova identità.
Il partito filoeuropeo in vantaggio, ma i dati restano contraddittori
Se si guarda ai numeri diffusi subito dopo lo spoglio parziale, il primo dato che emerge è il vantaggio del partito del premier uscente Nikol Pashinyan, il centrista "Contratto Civile", che da anni spinge per un avvicinamento all’Unione Europea e per una normalizzazione dei rapporti con l’Azerbaigian. Secondo un exit poll pubblicato dalla testata "Notizie Civiche" (vicina al partito stesso), la formazione del premier avrebbe addirittura stravinto, toccando il 56,7%, lasciando ben lontana l’opposizione filorussa di "Armenia Forte", ferma al 17,5%.
Tuttavia, la realtà del voto sembra essere molto più frammentata e incerta. Altre rilevazioni, effettuate in modo indipendente e diffuse tramite canali Telegram locali, dipingono un quadro radicalmente diverso: "Contratto Civile" sarebbe solo al 32,7%, inseguito a ruota dal partito del miliardario Samvel Karapetyan con il 29%, un margine talmente esiguo da far pensare a un possibile stallo politico. In questo secondo scenario, le forze di opposizione, se riuscissero a coalizzarsi, supererebbero addirittura la maggioranza assoluta, sfiorando il 53% dei consensi.
La lunga ombra del Karabakh e l’affluenza record alle urne
A rendere queste consultazioni così decisive è stata l'eredità pesantissima del conflitto nel Nagorno Karabakh. Dopo la fulminea offensiva azera del 2023 e la conseguente perdita del controllo dell’enclave (che ha provocato l’esodo di circa 120mila armeni), il governo di Pashinyan ha subito una profonda umiliazione. Molti elettori lo accusano di non aver saputo proteggere il territorio, mentre altri – altrettanto delusi dalla passività dei tradizionali alleati russi – lo vedono come l’unico leader capace di svincolare il Paese da Mosca.
I dati sull’affluenza, che si sono attestati intorno al 59% (circa 1,5 milioni di elettori su 2,5 milioni), testimoniano l’alto livello di tensione e partecipazione. Un dato, questo, in netta crescita rispetto al 49% del 2021, a dimostrazione di come la paura di un nuovo conflitto o la speranza di una svolta europea abbiano mobilitato le coscienze. L’ex giornalista Pashinyan, arrivato al potere sulle ali di una rivoluzione pacifica nel 2018, si gioca ora la sua intera parabola politica.
Tra pressioni di Mosca e riforme costituzionali per la pace
Non si può comprendere la posta in gioco senza citare le pesanti interferenze esterne che hanno caratterizzato la campagna elettorale, con Mosca che ha intensificato le pressioni per mantenere il proprio protettorato sulla regione. Negli ultimi mesi, la Russia ha imposto embarghi su prodotti agricoli e vini armeni, spingendo perché a Erevan si tenga un referendum consultivo sull’adesione alla Ue prima di procedere con l’allontanamento dall’Unione economica eurasiatica.
L’osservatore Alfieri, spostandosi tra i seggi di Spitak (la comunità rurale distrutta dal terremoto del 1988 e poi ricostruita con l’aiuto italiano) e la città industriale in crisi di Vanadzor, ha annotato una curiosità procedurale che dice molto sulla complessità locale: qui all’elettore vengono consegnate tutte e 18 le schede dei partiti in corsa; l’uomo entra nella cabina, ne scarta 17 e ne infila una sola nella busta, una pratica che il senatore ha definito "mai vista in nessun altro Stato".
Sullo sfondo, la necessità per Pashinyan di ottenere una maggioranza qualificata (due terzi dei seggi) per modificare la Costituzione, una delle condizioni irrinunciabili poste dall’Azerbaigian per firmare un trattato di pace definitivo che metta fine a decenni di conflitti.




