Perché Alessandro Venier voleva scappare in Colombia: il passato violento e la condanna prima dell’omicidio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Alessandro Venier, il 35enne ucciso e smembrato a Gemona del Friuli dalla madre e dalla compagna, aveva un passato giudiziario che avrebbe potuto impedirgli di lasciare l’Italia. Condannato per reati che andavano dalle lesioni personali gravi al maltrattamento di animali, fino all’esibizionismo, l’uomo si trovava sull’orlo di vedere la sentenza diventare esecutiva, bloccando così il suo progetto di trasferirsi in Colombia con la convivente Mailyn Castro Monsalvo e la loro figlia di sei mesi.

Proprio questa circostanza, secondo quanto emerso dalle indagini, avrebbe accelerato i suoi piani, spingendolo a organizzare in fretta la partenza. Un tentativo che si è interrotto bruscamente quando, nella villetta dove vivevano, la madre Lorena – infermiera di professione – e la stessa Castro Monsalvo lo hanno ucciso, per poi disfarsi del corpo in un bidone della spazzatura.

La compagna, originaria della Colombia, ha scelto di non rispondere durante l’interrogatorio davanti al gip Mariarosa Persico, ottenendo poi la custodia attenuata prevista per le detenute madri di bambini sotto l’anno di età. Trasferita in una struttura protetta a Venezia già dal 2 agosto, Castro Monsalvo evita così il carcere, mentre la vicenda giudiziaria prosegue senza che siano state ancora chiarite del tutto le dinamiche dell’omicidio.

Quel che è certo è che il ritratto di Venier che emerge dalle indagini è quello di un uomo con un profilo problematico, segnato da condanne per violenza e comportamenti antisociali. Una vita trascorsa ai margini della legalità, che potrebbe aver contribuito a creare tensioni insostenibili all’interno delle relazioni familiari. Resta da capire se la decisione di ucciderlo sia scattata per fermare la fuga all’estero, per un’escalation di violenza domestica o per motivi ancora da scoprire.

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