Dismorfia digitale, l’allarme dei dermatologi: 'Filtri app e social spingono a modelli irrealistici'

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il volto che guardiamo nello specchietto del retro della nostra auto, la texture della pelle riflessa dallo schermo del computer durante una videochiamata di lavoro – o, peggio ancora, l’istantanea catturata dalla fotocamera frontale dello smartphone senza la giusta angolazione – sembrano ormai competere con una versione modificata, levigata e irraggiungibile di noi stessi. A lanciare l’allarme sulla cosiddetta “digitized dysmorphia” è stata la Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse (SIDeMaST) la quale, riunita al Palacongressi di Rimini in occasione del 99esimo congresso nazionale, ha richiamato l’attenzione su come l’uso indiscriminato dei filtri digitali stia alterando la percezione che le persone hanno della propria immagine Corporea, spingendole verso canoni estetici del tutto artefatti.

La trappola dei pixel perfetti e la “Snapchat dysmorphia”

Siamo di fronte a un paradosso clinico piuttosto insidioso: più la tecnologia migliora la nostra capacità di ritoccarci, più la nostra insoddisfazione per la realtà aumenta. I dermatologi presenti al congresso riminese hanno descritto un fenomeno ormai consolidato, che nelle pubblicazioni scientifiche internazionali viene definito “social media dysmorphia” o “Snapchat dysmorphia”. Non si tratta semplicemente di vanità, ci tengono a precisare gli specialisti, quanto di una vera e propria distorsione cognitiva. Il paziente, abituato a vedersi attraverso i filtri di applicazioni come TikTok o Instagram, sviluppa un disagio profondo quando si confronta con la propria immagine reale, priva di quella perfezione artificiale che i social hanno normalizzato. In ambulatorio, riferiscono i clinici, arrivano richieste sempre più specifiche per assomigliare alla versione filtrata del proprio viso, dimenticando che la pelle possiede caratteristiche biologiche, come la vascolarizzazione o la presenza di pori, che la tecnologia digitale può cancellare in un click ma che la medicina deve rispettare.

Quando l’autodiagnosi via social diventa un rischio per la salute

Se da un lato i filtri alterano l’estetica, dall’altro la disinformazione dilagante sulle piattaforme rischia di compromettere la salute clinica. Stando ai dati emersi nel corso del 99° congresso SIDeMaST, la tendenza a utilizzare i social come motore di ricerca primario è in netta crescita: si stima che fino a otto pazienti su dieci cerchino online informazioni sulle proprie patologie cutanee prima ancora di consultare uno specialista. Il rischio, segnalano i dermatologi, è quello di incappare in “diagnosi fai-da-te” o in trattamenti suggeriti da influencer, spesso privi di qualsiasi validazione scientifica. Le applicazioni basate sull’intelligenza artificiale che promettono di riconoscere lesioni cutanee da una semplice fotografia rappresentano un ulteriore campo minato: se da una parte rappresentano uno strumento tecnologico affascinante, dall’altra possono generare false rassicurazioni o, al contrario, allarmismi ingiustificati, ritardando una visita specialistica che resta insostituibile.

Il prurito, quel sintomo trascurato che merita attenzione

Parallelamente al fenomeno della dismorfia digitale, la SIDeMaST ha voluto ribadire un concetto fondamentale che riguarda la dermatologia più classica: la necessità di trasformare un sintomo spesso sottovalutato come il prurito cronico in una priorità clinica. I professionisti spiegano che il prurito non è mai solo un fastidio cutaneo, ma un campanello d’allarme complesso che incide sulla qualità della vita in modo paragonabile al dolore cronico. Può trattarsi infatti della spia di malattie dermatologiche severe come la psoriasi o la dermatite atopica, ma anche di patologie sistemiche ben più profonde, che vanno dai linfomi alle insufficienze epatiche e renali, fino a disturbi neuropatici o psicotici. L’approccio, quindi, non può essere più generico: la medicina di precisione, spiegano gli esperti, permette oggi di individuare i meccanismi biologici alla base del prurito per intervenire con terapie mirate, lasciandosi alle spalle la logica del “sintomo da gestire” per abbracciare quella della “malattia da trattare” nella sua specificità.

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