La dittatura dei filtri: i dermatologi lanciano l’allarme sulla “dismorfia digitale”
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Redazione Salute
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Il volto levigato, la pelle priva di quelle che un tempo chiamavamo “imperfezioni” e l’ovale perfetto che nemmeno la natura sa regalare: questo, che ormai popola i feed dei social network, non è un ritratto, ma una costruzione algoritmica. A suonare la carica contro questa deriva – definita tecnicamente come “digitized dysmorphia” – è stata la Società italiana di dermatologia e malattie sessualmente trasmesse (SIDeMaST), che ha voluto dedicare ampio spazio al fenomeno nel corso del suo 99esimo congresso nazionale, tenutosi al Palacongressi di Rimini dal 21 al 24 aprile. L’appello, che giunge in un contesto dove la realtà rischia di essere un’opzione secondaria rispetto all’avatar digitale, mette in guardia dalle conseguenze di un’esposizione massiccia a modelli estetici impossibili, spingendo i medici a riflettere su come l’innovazione tecnologica stia cambiando il rapporto tra una persona e la propria immagine riflessa nello specchio.
Prurito, non solo un fastidio ma una priorità clinica
Parallelamente a questa emergenza legata all’estetica virtuale, gli specialisti riuniti a Rimini hanno voluto ridiscutere il ruolo di un sintomo spesso sottovalutato, relegato a semplice disturbo marginale: il prurito. L’approccio proposto dalla SIDeMaST è quello di trasformare questa sensazione – talvolta insopportabile e cronica – in una vera e propria priorità clinica. Non solo un disturbo cutaneo, intendiamoci, ma un complesso campanello d’allarme. Dietro al bisogno impellente di grattarsi, infatti, potrebbe celarsi una patologia sistemica ancora silente oppure, in molti casi, un profondo disagio psicologico che necessita di essere intercettato con tempismo. Il prurito, nelle sue forme persistenti che superano le sei settimane, incide sulla qualità della vita in misura paragonabile al dolore cronico, impattando sul sonno e sull’umore; per questo i dermatologi chiedono un cambio di passo, auspicando un approccio che non si limiti a sedare il sintomo, ma che ne indaghi le cause più profonde attraverso strumenti diagnostici sempre più avanzati.
Lo schermo come specchio deformante
Ma è l’avvento dei filtri estetici a rappresentare la sfida più insidiosa per la salute pubblica. Niente rughe, niente occhiaie, niente cicatrici: la realtà – quando paragonata alle immagini iper-curate di Instagram o Snapchat – appare inevitabilmente spettrale e deludente. Questa esposizione costante alimenta un fenomeno noto come “Snapchat dysmorphia”, un termine che descrive la percezione alterata e distorta che un individuo sviluppa del proprio viso o del proprio. Spinti dall’illusione che la versione editata di sé stessi sia quella vera, molti pazienti (soprattutto giovanissimi) arrivano negli studi dermatologici o di medicina estetica con una richiesta precisa: assomigliare al proprio filtro. Una richiesta, questa, che gli esperti della SIDeMaST considerano irrealistica e potenzialmente dannosa, poiché si scontra con la biologia della pelle e con la variabilità naturale dei tratti umani.
La sfida della corretta informazione scientifica
Di fronte a questa pressione estetica che arriva dagli schermi, i dermatologi richiamano l’urgenza di una “corretta informazione scientifica”. Sempre più spesso, infatti, i pazienti si presentano alla visita dopo aver consultato un influencer su TikTok o un motore di ricerca generativo, arrivando a formularsi diagnosi fai-da-te o a seguire routine di skincare prive di qualsiasi fondamento clinico. Il rischio, concreto, è che si abbandonino terapie efficaci per abbracciare rimedi virali ma inefficaci, oppure che si richiedano interventi su inesistenti difetti amplificati dalla lente deformante dei social. L’uso consapevole degli strumenti digitali diventa quindi l’unica via per uscire da questa trappola narcisistica, dove il diritto a essere imperfetti – e quindi autentici – rischia di essere stato definitivamente revocato.




