La legge di Lidia Poët, tra realtà storica e fiction: la vera storia della prima avvocata d’Italia
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Con l’arrivo della terza e ultima stagione su Netflix, prevista per il 15 aprile, il riflettore si riaccende puntuale su La legge di Lidia Poët, la serie che ha restituito al grande pubblico il profilo – romanzato ma non troppo – della donna considerata la prima avvocata della storia italiana. Matilda De Angelis, che ne interpreta il ruolo, torna così a vestire i panni di questa figura complessa, in una narrazione che, se da un lato abbraccia le convenzioni del genere investigativo e procedurale, dall’altro affonda le radici in una vicenda umana e giuridica autentica, spesso dimenticata dai manuali. La domanda, ricorrente tra i vecchi spettatori e i nuovi, è sempre la stessa: quanto di ciò che si vede sullo schermo è realmente accaduto? La risposta, per quanto stratificata, parte da un dato incontrovertibile: Lidia Poët è esistita, e la sua battaglia per l’iscrizione all’albo degli avvocati rappresenta un caso emblematico, un vero e proprio spartiacque nella storia dell’emancipazione femminile nel nostro paese.
L’esclusione dall’albo e la genesi di una battaglia legale
La serie, nelle sue tre stagioni, si apre con un evento che trova puntuale riscontro nei documenti storici: l’annullamento dell’iscrizione all’albo degli avvocati. Avvocata di formazione, dopo essersi laureata in giurisprudenza all’Università di Torino nel 1881, Lidia Poët aveva ottenuto la sua iscrizione all’ordine forense; ma l’anno successivo, nel 1882, un ricorso della procura generale portò la Corte d’appello a cancellarla, con la motivazione – allora sostenuta da una lettura restrittiva delle leggi – che la donna non potesse esercitare la professione legale. È questo il fulcro attorno a cui ruota la narrazione, così come fu il fulcro della sua esistenza: una vera e propria “questione di principio”, come si diceva allora, che la vide protagonista di un ricorso in Cassazione. Il rifiuto dell’alto consesso a reintegrarla segnò una sconfitta formale, ma gettò le basi per un dibattito destinato a non spegnersi, contribuendo ad alimentare quel movimento che, decenni dopo, avrebbe portato all’ammissione delle donne in tutte le professioni.
Dall’archivio storico alla ricostruzione narrativa
Se la struttura portante della fiction – il percorso di una donna che cerca di farsi spazio in un mondo di uomini, aggirando l’ostacolo giuridico con l’astuzia e l’intelligenza – trova fondamento nella realtà, la serie sceglie poi di allontanarsene in modo netto per abbracciare la formula del crime drama. La vera Lidia Poët non fu un’investigatrice, né una sorta di consulente della polizia che risolveva omicidi tra un ricorso e l’altro; la sua attività, dopo l’esclusione dall’albo, proseguì nell’ambito dell’attivismo sociale, del movimento suffragista e della scrittura, diventando un punto di riferimento per il movimento femminile internazionale. La trasformazione della sua figura in “detective” è dunque una licenza narrativa, funzionale alla costruzione di un prodotto di intrattenimento che, pur attingendo alla potenza simbolica della sua storia, la rielabora per restituirla al linguaggio contemporaneo. È in questo scarto, tra la rigidità dei documenti giudiziari e la libertà della sceneggiatura, che si gioca la scommessa della serie: rendere popolare una storia di resistenza legale attraverso le lenti del giallo.
L’ultima stagione e il ritorno di una narrazione consolidata
La terza stagione, in arrivo il 15 aprile sulla piattaforma streaming (e visibile anche su Sky Q, Sky Glass e Now tramite app), si prepara a chiudere il cerchio. I sei episodi, che vedranno tornare il cast consolidato accanto a nuovi volti, promettono di muoversi ancora una volta tra l’aula del tribunale e le strade di una Torino di fine Ottocento, ricostruita con cura, senza mai perdere di vista quella tensione tra la lotta per i diritti e il lato più intimo della protagonista. La frase che accompagna il lancio degli episodi, “Se continuiamo a combattere, prima o poi qualcosa cambierà”, riassume efficacemente lo spirito di una produzione che, pur non rinunciando ai colpi di scena, ha sempre cercato di tenere saldo il legame con il tema dell’emancipazione. Del resto, l’accoglienza internazionale – particolarmente calorosa nei mercati esteri – ha dimostrato come una vicenda così radicata in una specifica pagina del diritto italiano possa acquisire, grazie alla finzione, un valore universale.
La scelta del genere e il peso della popolarità
Che la serie abbia ottenuto un successo così trasversale, in patria e all’estero, dipende probabilmente proprio da questa commistione: la formula del procedurale, con i suoi casi autoconclusivi e i suoi meccanismi rassicuranti, fa da veicolo a una storia di rivendicazione sociale che, altrimenti, sarebbe rimasta confinata agli scaffali della storiografia giuridica. Matilda De Angelis, con la sua interpretazione, è riuscita a restituire il carisma di una donna che, pur nella finzione, incarna una ribellione silenziosa ma costante. L’ultima stagione, presentata come il gran finale di questo percorso, si troverà a dover bilanciare gli elementi che ne hanno decretato il gradimento: l’intreccio sentimentale, la ricostruzione d’epoca e quella costante tensione verso la giustizia sociale che, sebbene riletta in chiave moderna, affonda le sue radici proprio nella tenacia di una figura storica il cui nome, oggi, grazie a questa operazione culturale, è uscito dall’oblio.




