Sinner, il potere di un presente assoluto: “A Roma ci vado, ma ora nessun progetto”
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Redazione Sport
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Jannik Sinner ha appena messo in bacheca un altro pezzo di storia che nemmeno chiedeva, eppure l’impressione, guardandolo uscire dalla Caja Mágica di Madrid, è quella di un ragazzo che tiene il futuro a debita distanza. Come un equilibrista che non abbassa lo sguardo dal filo, il tennista altoatesino ha liquidato Alexander Zverev – numero 3 del mondo, va ricordato, per quanto apparso irriconoscibile – in 57 minuti netti: 6-1, 6-2, una finale che più che un match è sembrata una seduta d’allenamento a porte aperte. Il tedesco, dal canto suo, non ha mai trovato le contromisure, né tantomeno quel filo d’orgoglio che avrebbe potuto trasformare la partita in qualcosa di meno imbarazzante. E Sinner, da bravo scolaretto attento alle direttive del suo entourage – Simone Vagnozzi lo aveva anticipato alla vigilia: “Abbiamo una partita da vincere a Madrid, sei a Roma, sette a Parigi” – ha eseguito con una precisione quasi spietata.
Un record che pesa meno di un pensiero
Con questo successo, il quinto Masters 1000 consecutivo nel borsone, Jannik diventa il primo giocatore a infilare una simile striscia in questa categoria di tornei. Ma lui, da par suo, evita ogni retorica del primato come se fosse un ostacolo ingombrante: “Non penso ai record”, ha detto, lasciando intendere che la dimensione del presente gli basta e avanza. La terra battuta di Madrid, un’altitudine che sporca le traiettorie e premia i corpi più reattivi, ha così assistito a un dominio così schiacciante da rasentare l’astratto. Zverev, travolto sin dal primo game, non è mai riuscito a imporre il suo peso fisico né tantomeno la sua consueta solidità da fondocampo; ne è venuta fuori una prestazione che l’ha ridotto a poco più di uno sparring partner, definizione che per un numero tre del mondo suona come una condanna.
La madre, la nostalgia e quei 13 anni che pesano ancora
C’è però un altro Sinner, meno meccanico e più romantico, che affiora quando il microfono si avvicina. Ieri in Spagna cadeva la festa della mamma, e a una domanda su sua madre Siglinde, il ragazzo ha avuto un sussulto raro per chi appare sempre così controllato. Ha riflettuto per qualche secondo – un silenzio denso, quasi palpabile – poi ha preso l’onda emotiva senza più scendere: “Mi considero molto fortunato. A 13 anni ho preso la scelta di lasciare casa e andare ad allenarmi lontano”. Una frase che racchiude più di qualsiasi statistica: il prezzo di una carriera cominciata prestissimo, il conto salato della solitudine in un’altra città, mentre guarda ad Alcaraz che invece può contare sulla famiglia al suo fianco.
“Roma? Non c’è motivo per non andare, ma godiamoci questo”
Sulle prospettive italiane, il numero uno del mondo (carica che non ha bisogno di sottolineature) si muove con la stessa prudenza. “Penso che giocare in casa sia sempre qualcosa di molto speciale”, ha ammesso, dosando le parole come fa con i vincenti. “Allo stesso tempo, ora voglio solo godermi questo momento. Non voglio pensare ai progetti futuri”. Poi l’inciso decisivo: “Fisicamente sto bene. Non c’è motivo per non giocare a Roma, ovviamente. Ma, ripeto, voglio godermi questo momento”. La ripetizione dell’avverbio – “ora”, “questo momento” – non è un vezzo retorico, ma una dichiarazione di metodo. Madrid è stato “un torneo molto, molto lungo, a partire da Indian Wells”, e il recupero fisico, pur senza infortuni dichiarati, resta una priorità. Così il Foro Italico, dove si aspetta il suo ritorno come un evento quasi religioso, dovrà accontentarsi per ora di un impegno generico, non blindato. Sinner non fugge dalla terra di Roma, ma neppure la insegue. Semplicemente, non la guarda ancora.




