The Running Man, la prima tv su Sky tra azione e distopia firmata Edgar Wright
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Quando un’opera di Stephen King viene riadattata per lo schermo, c’è sempre il rischio di tradire il materiale d’origine; eppure, nel caso di The Running Man, la nuova versione diretta da Edgar Wright — che debutterà lunedì 11 maggio alle 21:15 su Sky Cinema Uno, in streaming su NOW e disponibile anche in 4K on demand — sembra aver centrato l’obiettivo di restituire la crudezza visionaria del romanzo originariamente pubblicato dallo scrittore del Maine con lo pseudonimo di Richard Bachman. Lontano dai toni ipertrofici e muscolari del cult del 1987 interpretato da Arnold Schwarzenegger, questa trasposizione affida a Glen Powell il ruolo di Ben Richards: un operaio disoccupato con una figlia malata, costretto a barcamenarsi in un futuro prossimo segnato da crisi economica e controllo mediatico.
Una gara letale in diretta globale
La trama, in apparenza lineare, nasconde una complessa architettura narrativa: Richards decide di partecipare a un programma televisivo tanto popolare quanto mortale chiamato “The Running Man”. Per trenta giorni, lui e altri concorrenti — definiti “Runner” — vengono inseguiti da cacciatori professionisti, mentre milioni di spettatori guardano, scommettono e attendono il momento della caduta. Non c’è via di fuga, se non quella di sopravvivere abbastanza a lungo da battere il sistema; ma la domanda che il film lascia sospesa è se la coscienza di un uomo comune possa resistere alla spettacolarizzazione della propria sofferenza. Wright, noto per il suo stile frenetico e la cura maniacale dei dettagli visivi, trasforma ogni inseguimento in un metaracconto sul potere dei media.
Un cast al servizio della tensione psicologica
Accanto a Glen Powell, il film si avvale di un ensemble di attori le cui interpretazioni contribuiscono a creare quella spirale di paranoia e adrenalina tipica delle distopie più riuscite. I cacciatori, figure ambigue tra l’eroe da reality e il carnefice, vengono descritti con una fredda professionalità che ricorda certi meccanismi del giornalismo moderno — dove la violenza, se confezionata bene, diventa intrattenimento. E proprio in questo sta la forza dell’adattamento: non si limita a riproporre la sequenza di azione, ma indaga il rapporto morboso tra pubblico e vittima, tra chi guarda e chi viene guardato mentre muore. King, d’altronde, aveva già intuito tutto questo nei primi anni Ottanta.
Edgar Wright e la fedeltà a Bachman
L’uso dello pseudonimo Richard Bachman da parte di King non fu un semplice capriccio letterario: serviva a pubblicare romanzi più cupi e pessimisti rispetto alla sua produzione principale. *The Running Man* ne è l’esempio perfetto, con il suo finale originale — che qui non verrà svelato per rispetto di chi deve ancora vedere il film — molto più amaro rispetto a quello hollywoodiano degli anni Ottanta. Wright, da appassionato lettore, ha dichiarato in più occasioni di voler restituire quella disperazione claustrofobica, e le prime immagini lasciano intendere che ci sia riuscito. La messa in onda in prima tv rappresenta dunque un evento per gli appassionati del genere, ma anche un test: può un thriller distopico, trasmesso in un orario accessibile come le 21:15, competere con l’offerta frammentata dello streaming?
Disponibilità tecnica e valore dell’evento seriale
Oltre alla visione lineare su Sky Cinema Uno, il film sarà fruibile in streaming su NOW e in versione on demand fino alla risoluzione 4K, il che permette una flessibilità che i vecchi palinsesti non concedevano. Eppure, c’è qualcosa di rituale nell’appuntamento con la prima tv: sapere che milioni di telespettatori, più o meno consapevolmente, si sintonizzeranno sulla stessa frequenza per seguire la caccia a Richards. Non è un caso che la pubblicità del film sottolinei proprio la dimensione collettiva — “una corsa contro il tempo, sotto gli occhi di milioni di spettatori” — quasi a voler trasformare l’evento mediale in un’ulteriore, metaforica edizione del gioco stesso. La differenza, naturalmente, è che qui nessuno rischia davvero la pelle. Ma forse, suggerisce Wright con una certa ironia, non cambierebbe poi molto.




