The Running Man, tra Stephen King e il nuovo volto di Hollywood

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Edgar Wright, regista dalla cifra stilistica inconfondibile, affronta la sfida del blockbuster con "The Running Man", un'operazione che, seppur richiedendo un parziale sacrificio del suo estro più marcatamente autoriale, non rinuncia a una visione personale e profondamente radicata nell'opera originale. Per compiere questo passo, Wright ha scelto di bypassare del tutto il ricordo della pellicola del 1987, optando invece per un ritorno alle fonti: il romanzo omonimo pubblicato nel 1982 da Richard Bachman, pseudonimo dietro il quale si celava Stephen King. Il libro dipingeva un 2025 distopico e feroce, un'epoca in cui l'omicidio viene legalizzato a scopo di intrattenimento, trasformando un reality show di enorme successo in una caccia all'uomo spietata dove i partecipanti, braccati senza tregua, devono riuscire a sopravvivere per trenta interminabili giorni.

Glen Powell, da comparsa a erede designato

Guardando Glen Powell nei panni del protagonista di "The Running Man", sorge spontaneo un interrogativo che, ormai, aleggia da tempo nei corridoi di Hollywood: egli rappresenta il legittimo erede di Tom Cruise? L'attore texano, dopo un esordio quasi invisibile in "Spy Kids 3-D: Game Over" e apparizioni minime in pellicole colossali come "Il cavaliere oscuro - Il ritorno", ha costruito la sua ascesa con tenacia e lavoro costante, approdando a ruoli di primo piano che gli hanno valso questa prestigiosa, seppur gravosa, etichetta. La sua carriera, costellata di esperienze in set ad alto tasso di testosterone come "I mercenari 3", lo ha plasmato fino a farlo giungere a questo momento cruciale, quello in cui si trova a sostenere il peso di un colossal dalle ambizioni monumentali, dimostrando di possedere quel carisma e quella presenza scenica che pochi riescono a sfoggiare.

Il plauso inatteso e la sorpresa malinconica

Un giudizio inaspettato è arrivato da Arnold Schwarzenegger, protagonista della versione cinematografica degli anni Ottanta, il quale ha definito "straordinario" il nuovo film. Al di là di un possibile eccesso di nostalgia, l'opera di Wright e dello sceneggiatore Michael Bacall si configura come una piacevole sorpresa nel panorama, spesso affollatissimo e poco originale, del cinema d'azione. La pellicola, che si muove con un tono quasi thriller e un respiro malinconico, riesce a ritagliarsi uno spazio proprio, offrendo una rilettura che, pur nel rispetto della matrice letteraria, riflette sulle ossessioni del nostro tempo.

La profezia distopica di King e il nostro presente

La trama del film, ambientata in un futuro prossimo, vede lo svolgimento in diretta televisiva di un reality show spietato e letale, i cui concorrenti devono sfuggire a cacciatori assassini. Questo scenario, concepito da King quasi mezzo secolo fa, si rivela oggi di una lungimiranza sconcertante, avendo anticipato temi e dinamiche che ritroviamo in fenomeni culturali globali come "Hunger Games" e "Squid Game". Il romanzo, e di conseguenza il film, pongono una domanda angosciante e sempre attuale: che cosa siamo disposti a tollerare in nome dello spettacolo? La risposta, che il film esplora senza compiacimenti, risuona con un'eco sinistramente familiare nel nostro presente iperconnesso e mediaticamente saturo.

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