Obesità, i nuovi farmaci contro i chili di troppo e il rischio silenzioso della perdita di proteine

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Redazione Salute Redazione Salute   -   La battaglia contro il sovrappeso, una sfida che coinvolge ormai una fetta crescente della popolazione mondiale, ha subito una svolta epocale grazie all’avvento di una nuova categoria di farmaci; questi ultimi, originariamente pensati per la cura del diabete, si stanno rivelando armi potentissime anche nella riduzione ponderale. Se da un lato le diete ipocaloriche e l’attività fisica – che da sole, è bene ricordarlo, spesso non bastano per ottenere risultati duraturi – rimangono il fondamento di qualsiasi approccio terapeutico, dall’altro l’uso di molecole come il semaglutide ha aperto scenari inediti. Non certo economico, questo principio attivo viene però utilizzato non solo da pazienti con indicazioni cliniche precise, ma anche da chi, semplicemente, desidera perdere peso rapidamente, innescando un fenomeno di consumo talvolta fuori controllo.

Il paradosso della sazietà: quando mangiare meno diventa un boomerang per i muscoli

Il meccanismo d’azione di questi farmaci è tanto semplice quanto efficace: spegnendo la fame si riduce drasticamente l’introito calorico. Tuttavia, è proprio questa la lama a doppio taglio che sta emergendo dalle ultime analisi. Con la fame che passa, si tende a saltare i pasti e a mangiare molto meno, e il risultato – secondo le considerazioni di uno studio che verrà presentato al prossimo congresso europeo sull’obesità (Eco) a Istanbul il prossimo maggio – è un aumento significativo del rischio di carenze nutrizionali. In particolare, a finire sotto accusa è il deficit di proteine, un elemento essenziale per la massa magra e per il corretto funzionamento dell’organismo. In pratica, si rischia di dimagrire perdendo non solo grasso, ma anche muscolo, un effetto collaterale che potrebbe minare la salute metabolica a lungo termine.

I dati reali: lo studio del San Raffaele e l’allarme nutrienti essenziali

Non si tratta di semplici ipotesi teoriche, ma di evidenze raccolte sul campo, nel cosiddetto mondo reale. È quanto emerge da una ricerca condotta dall’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano in collaborazione con l’Università Vita-Salute San Raffaele, che ha analizzato le abitudini alimentari di un campione di persone in trattamento con agonisti del GLP-1 – tra i quali spiccano semaglutide e tirzepatide. Lo studio ha dimostrato che, se la riduzione dell’appetito è indotta farmacologicamente, il rischio è che a scendere non siano soltanto le calorie in eccesso, ma anche i micronutrienti e i macronutrienti fondamentali per l’equilibrio fisiologico. Dimagrire mangiando meno, insomma, non è una novità in sé, ma quando il freno alla fame viene imposto da una molecola esogena, la qualità di quel poco che si assume diventa cruciale.

Il racconto delle Iene: i sacrifici di tre donne tra costi e benefici reali

A dare un volto a questa tendenza ci ha pensato recentemente Veronica Ruggeri, che per una trasmissione di approfondimento ha deciso di indagare il fenomeno delle "iniezioni per dimagrire". Seguendo tre donne – Serena (-14 kg in 4 mesi), Mariaelena (-13 kg in 1 anno) e Mariaconcetta (-12 kg in 6 mesi) – l’inchiesta ha cercato di capire non solo i risultati estetici e ponderali, ma anche i costi economici e gli effetti collaterali che queste pazienti stanno vivendo sulla propria pelle. Attraverso il confronto con medici e nutrizionisti, è emerso un quadro complesso: da un lato la soddisfazione per il traguardo raggiunto, dall’altro i rischi connessi a un business nato negli Stati Uniti e ormai in fortissima crescita, dove l’uso di farmaci nati per una patologia specifica viene riconvertito per rispondere a un bisogno di performance fisica.

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