Fame chimica e muscoli a rischio: il paradosso proteico dei nuovi farmaci dimagranti
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Redazione Salute
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Non si assiste soltanto a una perdita di peso, quando si assumono i farmaci anti-obesità ormai diventati un fenomeno globale; a calare, spesso in modo silenzioso e senza che ce ne si accorga, è anche la massa magra, quella muscolare che garantisce un invecchiamento sano e un metabolismo attivo. Il meccanismo, per quanto semplice, nasconde un rischio clinico spesso sottovalutato: se la fame scompare e si salta un pasto dietro l’altro, si finisce inevitabilmente per ridurre drasticamente l’apporto di proteine. È quanto emerge da un’indagine “real world” – cioè basata su abitudini reali e non su protocolli di laboratorio – condotta dall’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano in collaborazione con l’Università Vita-Salute, i cui risultati sono stati presentati in anteprima in vista del prossimo congresso europeo sull’obesità (Eco) in programma a maggio a Istanbul.
Lo studio italiano e i numeri della malnutrizione “inconsapevole”
L’analisi, che ha utilizzato un’applicazione basata sull’intelligenza artificiale per monitorare ciò che finisce nel piatto, ha confrontato un gruppo di 116 persone in terapia con agonisti del recettore Glp-1 – come la semaglutide (commercializzata anche come Ozempic o Wegovy) o la tirzepatide (Mounjaro e Zepbound) – con un altro gruppo di 216 individui che non faceva uso di questi medicinali. I dati raccolti su oltre cinquemila giorni di alimentazione rivelano un paradosso: chi assume i farmaci registra un introito calorico giornaliero inferiore (1.102 contro 1.281 kcal), ma la qualità della dieta, in termini di percentuali di macronutrienti, rimane identica a quella di chi non li usa. Si mangia meno, insomma, ma non meglio.
E il dato più allarmante riguarda proprio le proteine: l’88% dei soggetti in trattamento scende al di sotto della soglia raccomandata (fermandosi a 0,6 grammi per chilo di peso reo al giorno, contro lo 0,9 suggerito dalle linee guida italiane). Un divario che non è affatto trascurabile, se si considera che l’apporto proteico è fondamentale per preservare i muscoli, soprattutto in una fase di calo ponderale. I ricercatori hanno notato, inoltre, una tendenza diffusa a saltare i pasti – il 31% salta la colazione e il 40% la cena – riducendo ulteriormente le finestre per distribuire correttamente le proteine durante l’arco della giornata.
Quando la riduzione dell’appetito diventa un’arma a doppio taglio
Questi farmaci, progettati originariamente per il diabete di tipo 2, agiscono mimando un ormone (il Glp-1) che rallenta lo svuotamento gastrico e segnala al cervello un senso di sazietà prolungato. Il risultato, sul breve periodo, è una drastica riduzione della fame che porta a dimagrire; sul lungo periodo, però, se non si segue un piano nutrizionale personalizzato, si rischia di incorrere in una vera e propria sindrome da malnutrizione proteica. Le biologhe nutrizioniste del San Raffaele, come Valentina Vinelli, sottolineano che non si modifica la qualità di quello che si mangia, ma ci si limita semplicemente a ridurre le porzioni.
Il problema diventa ancora più complesso se si considera il contesto sociale e mediatico in cui questi trattamenti sono esplosi. Il servizio de “Le Iene” condotto da Veronica Ruggeri, che ha seguito i casi di tre donne con cali di peso significativi (Serena, Mariaelena e Mariaconcetta), ha acceso i riflettori su un business in forte crescita, partito dagli Stati Uniti. Nel servizio venivano evidenziati non solo i risultati estetici, ma anche i costi economici e gli effetti collaterali vissuti nella quotidianità, dimostrando come spesso l’uso di questi medicinali avvenga senza un adeguato supporto dietologico. Si assiste, in altre parole, a una sorta di “fai da te” farmacologico, dove la perdita di peso diventa un traguardo a sé stante, scollegato dal mantenimento dello stato di salute generale.
Uno sguardo oltre la bilancia e l’impatto sul desiderio del cibo
Se da un lato la comunità scientifica (come la Società Italiana di Obesità) accoglie con favore l’efficacia di questi strumenti, dall’altro emerge la necessità impellente di affiancare alla prescrizione medica un rigoroso monitoraggio della composizione rea. L’era di questi farmaci, insomma, non cambia solo la taglia dei vestiti. C’è un dibattito in corso su come l’atto del mangiare – che è anche socialità, cultura e piacere – venga stravolto quando la fame viene spenta chimicamente.
Sebbene non ci siano ancora protocolli universali di integrazione come quelli esistenti per la chirurgia bariatrica, gli esperti concordano sul fatto che, in assenza di un controllo, la perdita di massa magra potrebbe vanificare i benefici del dimagrimento, esponendo soprattutto le persone anziane a un futuro rischio di fragilità o sarcopenia. Il dato incoraggiante, però, è che la tecnologia viene in soccorso: l’uso di app di tracking alimentare, capaci di analizzare le foto dei piatti, potrebbe rappresentare lo strumento del futuro per evitare che la riduzione delle calorie si trasformi in una pericolosa carenza di nutrienti essenziali.




