Il racconto di Medvedev: "Un film", l’odissea da Dubai a Indian Wells tra missili e deserto

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il sorriso stanco di Daniil Medvedev, quello che hai quando attraversi due continenti su strade di fortuna e scali improvvisati, è apparso sui campi in cemento del deserto californiano. Il tennista russo, insieme ai connazionali Andrey Rublev e Karen Khachanov, è infine riuscito a mettere piede a Indian Wells, dove il primo Masters 1000 della stagione è già cominciato, ma per loro, che hanno viaggiato con l’adrenalina ancora in Corpo, l’avventura è stata tutt’altro che una semplice trasferta. Bloccati a Dubai al termine dell’ATP 500 vinto sabato scorso – un trionfo arrivato per il ritiro dell’olandese Tallon Griekspoor prima della finale, che gli è valso il 23° Titolo in carriera e il primo in assoluto conquistato due volte nella stessa città – i tre atleti hanno dovuto fare i conti con una realtà ben più dura e imprevedibile del tennis: la guerra.

Mentre Medvedev sollevava il trofeo negli Emirati, la situazione geopolitica precipitava. L’attacco missilistico iraniano, scatenato in risposta alle operazioni militari di Stati Uniti e Israele, ha gettato Dubai e l’intera regione del Golfo in uno stato di massima allerta, costringendo le autorità a chiudere lo spazio aereo e a cancellare centinaia di voli. Da lì, l’incubo logistico per decine di giocatori: impossibile lasciare il Paese via cielo. L’aria, improvvisamente, era diventata una terra di nessuno solcata da droni e missili, e il grande esodo verso la California si è trasformato in una prova di resistenza. Tra i primi a raccontare l’odissea, in modo indiretto, è stata la madre di Rublev, Marina Marenko, in una dichiarazione raccolta dall’agenzia russa RIA Novosti e rilanciata dal portale Bounces: i ragazzi non avrebbero aspettato la riapertura degli aeroporti, decidendo invece di lasciare gli Emirati Arabi Uniti via terra.

La fuga via Oman, tra checkpoint e voli fantasma

Un’auto, il deserto e un confine da oltrepassare. L’unica via d’uscita, per Medvedev e gli altri, è stata quella di raggiungere in automobile il Sultanato dell’Oman, sperando poi di imbarcarsi su un volo per Istanbul e da lì, finalmente, verso gli Stati Uniti. Un viaggio che profuma di film di spionaggio più che di tour mondiale, con i tennisti trasformati in profughi di lusso in fuga da una crisi internazionale. La conferma dell’arrivo a destinazione, dopo aver eluso il blocco aereo e le incertezze di uno spostamento su gomma in una regione in fibrillazione, è arrivata infine attraverso un post sul profilo X di Olivier van Lindonk, l’agente di Medvedev, che ne ha certificato la presenza in California. Non solo loro, però: la macchina organizzativa dell’ATP ha lavorato senza sosta per garantire l’evacuazione della stragrande maggioranza dei tennisti bloccati, alcuni dei quali, come il finlandese Harri Heliovaara, hanno raccontato di aver raggiunto l’Italia con voli di fortuna, mentre altri, come il finalista sconfitto Griekspoor, sono riusciti a mettersi in salvo verso Milano.

Nel frattempo, a Fujairah, altro emirato, un torneo Challenger è stato bruscamente interrotto e cancellato: detriti caduti durante l’intercettazione di un drone hanno causato un incendio nei pressi di una raffineria, costringendo giocatori e staff a fuggire dai campi, un episodio che la dice lunga sulla prossimità del conflitto alla vita civile e sportiva. L’ATP, dal canto suo, ha confermato che la maggior parte dei giocatori presenti a Dubai è riuscita a partire grazie a voli dedicati, sottolineando come la sicurezza e il benessere degli atleti rimangano la priorità assoluta, anche se per molti il ricordo di quei giorni di attesa e paura resterà impresso più a lungo del risultato di qualsiasi partita.

Dai campi di Dubai a quelli di Tennis Paradise

Ora, dopo aver attraversato mezzo mondo con un itinerario da agenti segreti, Medvedev, Rublev e Khachanov sono stati avvistati sui campi di allenamento dell’Indian Wells Tennis Garden. Per loro, complice la testa di serie che li protegge, l’esordio nel torneo è posticipato al secondo turno, in programma tra venerdì e sabato: un piccolo margine per smaltire la stanchezza fisica e, soprattutto, mentale di un viaggio che nulla aveva a che fare con il tennis giocato. L’eco degli attacchi, del resto, ha varcato l’oceano e risuona ancora nelle dichiarazioni dei colleghi già in California. Jack Draper, il britannico difensore del titolo, ha raccontato di essere partito con uno degli ultimi voli disponibili, mentre Coco Gauff, tra le stelle del circuito femminile, ha ammesso con preoccupazione di non sapere se il suo allenatore, rimasto intrappolato in Medio Oriente, riuscisse a raggiungerla in tempo.

L’ombra del conflitto, con i suoi missili e le sue vittime innocenti, si è così allungata fino all’oasi dorata di Indian Wells, trasformando la consueta vigilia del torneo in un count-down carico di tensione. Il “film” vissuto da Medvedev e dai suoi connazionali è la testimonianza di come, in un mondo sempre più interconnesso ma fragile, anche un semplice viaggio per lavoro possa trasformarsi in una corsa contro il tempo e la geopolitica. Loro ce l’hanno fatta, attraversando il deserto e cambiando tre aerei, mentre altri ancora combattono con le agenzie di viaggio e le ambasciate per trovare una rotta di rientro. La palla, a questo punto, può anche tornare a rimbalzare, ma il rumore di fondo, per molti, è ancora quello delle sirene.

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