Pfas nell'acqua minerale, un test su otto marche ne trova in sei
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Redazione Economia
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C'è un interrogativo, silenzioso e inquietante, che si insinua ogni volta che stappiamo una bottiglia d'acqua: cosa beviamo davvero? A provare a rispondere, con i dati alla mano, è stata Greenpeace Italia, la quale ha commissionato un'indagine di laboratorio che ha passato al setaccio alcune delle acque minerali più popolari sugli scaffali della grande distribuzione. L'attenzione degli esperti si è concentrata specificamente sulla ricerca di Pfas, le sostanze poli e perfluoroalchiliche, impiegate in una vasta gamma di processi industriali e note per la loro persistenza nell'ambiente. I risultati, che emergono da un'analisi meticolosa, non lasciano molto spazio all'interpretazione: la maggior parte dei prodotti esaminati presenta tracce di questi composti.
I risultati delle analisi di laboratorio
L'ong ha acquistato bottiglie di otto marche diverse – Ferrarelle, Levissima, Panna, Rocchetta, San Benedetto, San Pellegrino, Sant’Anna e Uliveto – e per ciascuna ha fatto analizzare due campioni, inviandone uno al laboratorio italiano Til Italia e l'altro al tedesco TZW, un centro specializzato da anni nello studio di queste sostanze. La procedura, così articolata, è stata concepita per garantire la massima affidabilità dei dati. La sostanza rilevata, in concentrazioni variabili, è il Tfa, ovvero l'acido trifluoroacetico, che rappresenta il Pfas più diffuso a livello globale; una sua presenza, seppur in quantitativi che le autorità sanitarie non hanno ancora normato in modo specifico per le acque minerali, solleva interrogativi non trascurabili sulla purezza di un bene primario.
Le marche con e senza Pfas
Dallo studio, che ha impegnato i ricercatori in una fase di verifiche accurate, è emerso un quadro chiaro, sebbene parziale, della situazione. Soltanto due marche sulle otto sottoposte a esame sono risultate completamente prive della sostanza ricercata: Ferrarelle e San Benedetto. Se ne deduce che, per queste, il processo di imbottigliamento o la fonte stessa sono rimasti immuni da questa forma di contaminazione. Le altre sei – Levissima, Panna, Rocchetta, San Pellegrino, Sant’Anna e Uliveto – hanno invece mostrato, in misura differente, la presenza del composto. Una circostanza che, al di là dei numeri assoluti, indica come il fenomeno sia piuttosto esteso e non riconducibile a un singolo caso isolato.
L'importanza dell'acqua e le implicazioni
Considerato che l'acqua è un alimento essenziale per l'organismo, fondamentale per funzioni vitali come la digestione e l'eliminazione delle scorie, la sua qualità non può essere messa in discussione. I medici, del resto, raccomandano di berne almeno un litro e mezzo o due al giorno, un'abitudine che presuppone la sicurezza di ciò che si assume. La scoperta di Pfas in un prodotto destinato a un consumo così regolare e diffuso introduce, quindi, un elemento di riflessione che va oltre la semplice analisi chimica, toccando da vicino le politiche di controllo sulla filiera e la tutela della salute pubblica.




