Acque minerali, Greenpeace rileva Pfas in sei marche su otto
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Redazione Interno
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Un'indagine condotta da Greenpeace Italia, che ha coinvolto laboratori specializzati sia in Italia che in Germania, ha portato alla luce la presenza di sostanze perfluoroalchiliche, i cosiddetti Pfas, in diverse acque minerali in bottiglia. L'ong ha selezionato otto marche tra le più comuni nei supermercati, sottoponendo a verifica due campioni per ciascuna di esse; i risultati, sebbene con concentrazioni differenti, hanno indicato una contaminazione in tre quarti dei prodotti analizzati. La sostanza specificamente ricercata e rinvenuta è il Tfa, acido trifluoroacetico, che gli scienziati riconoscono come il composto della famiglia dei Pfas più ubiquitario a livello globale, un inquinante persistente che, una volta immesso nell'ambiente, vi permane per tempi indefiniti.
I marchi sotto esame e gli esiti delle analisi
Le bottiglie acquistate per la rilevazione appartenevano ai marchi Ferrarelle, Levissima, Panna, Rocchetta, San Benedetto, San Pellegrino, Sant’Anna e Uliveto. Delle sedici analisi complessive effettuate, che hanno visto coinvolti il laboratorio italiano Til Italia e il tedesco Tzv, noto per la sua lunga esperienza nello studio di questi composti chimici, solo quattro campioni – corrispondenti a due marche – sono risultati privi della sostanza oggetto di indagine. I tecnici, concentrandosi proprio sulla ricerca del Tfa, hanno potuto constatarne l'assenza soltanto nelle acque di Ferrarelle e di San Benedetto, mentre le altre sei hanno mostrato, in misura variabile, tracce dell'inquinante.
La persistenza di un inquinante "eterno"
I Pfas, impiegati per decenni in una vasta gamma di processi industriali e in prodotti di consumo per le loro proprietà idrorepellenti e antimacchia, sono ormai noti per la loro resistenza alla degradazione. Il Tfa, in particolare, rappresenta una delle forme più mobili e solubili di queste sostanze, il che ne facilita la migrazione nelle falde acquifere e, di conseguenza, nelle sorgenti. Questo studio di Greenpeace, che segue un precedente dossier dedicato alla contaminazione delle acque minerali in Europa, sembra dunque confermare una diffusione del problema che tocca anche il comparto delle acque imbottigliate, solitamente percepito come incontaminato.
La metodologia della verifica indipendente
Per garantire la massima attendibilità dei riscontri analitici, l'organizzazione ha optato per una duplice verifica affidata a strutture di alto profilo tecnico. L'invio di campioni identici a due laboratori diversi, uno nazionale e uno internazionale, aveva l'obiettivo di incrociare i dati ottenuti e scongiurare qualsiasi dubbio circa l'effettiva presenza del composto. L'accordo nei risultati, che ha visto convergere le conclusioni dei due istituti, attribuisce solidità al lavoro svolto e offre un quadro preciso, seppur limitato al numero di marche testate, della situazione. La scelta di non rivelare i valori quantitativi delle concentrazioni, ma solo l'esito qualitativo della presenza, lascia comunque aperti alcuni interrogativi sull'entità della contaminazione riscontrata.




