Il monopolio dei pacchi e della ruota: come l’access prime time ha risucchiato la prima serata
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’era un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui la frase “stasera c’è il film” dettava i ritmi domestici, scandendo la cena e il riposo prima del giorno dopo. Oggi, invece, chi cerca di seguire una fiction o un buon film in televisione si ritrova spesso a lottare contro il sonno, chiedendosi se il vero protagonista della serata non sia diventato, per forza di cose, il cuscino. A rompere questo antico patto tra il piccolo schermo e le abitudini degli italiani è stato uno slittamento progressivo e inarrestabile: quello della cosiddetta prima serata, ormai costantemente arretrata oltre le soglie delle 21:30, quando non addirittura verso le 22, in un’escalation che sta trasformando il prime time in un “late night” mascherato.
Il fenomeno, come spesso accade quando si parla di palinsesti, non è frutto del caso, né di una mera distrazione dei programmatori, ma risponde a una logica spietata di mercato e di share. A occupare la scena, dilatandosi a dismisura, è l’access prime time, quella fascia che segue i telegiornali delle 20:00 e che oggi è saldamente nelle mani di due colossi del game show: Affari Tuoi su Rai 1, condotto da Stefano De Martino, e La Ruota della Fortuna su Canale 5, guidato da Gerry Scotti. Quello che un tempo era un breve antipasto, un contenitore leggero di mezz’ora o poco più per traghettare gli spettatori verso la serialità, si è trasformato nel piatto forte della cena.
La matematica televisiva è spietata e lo dimostrano i numeri. Se fino a quindici anni fa Affari Tuoi chiudeva i battenti intorno alle 21:15, oggi lo stesso programma – o il suo diretto competitor – arriva tranquillamente a sfiorare le 21:50, quando non oltre. L’innesco di questa “corsa allungo” è recente: a partire dall’estate scorsa, Mediaset ha deciso di concedere dieci minuti aggiuntivi a La Ruota della Fortuna, e la Rai, per non lasciare un vuoto nel quale la concorrenza potesse inserirsi, ha risposto specularmente allungando la durata dei “pacchi” di Stefano De Martino. Il risultato è una guerra al centimetro che vede i due programmi accavallarsi e sforare, spingendo l’inizio delle fiction e dei film – i veri prodotti di punta della serata – verso orari in cui gran parte degli italiani ha già spento per andare a letto.
L’appello dei produttori: “Salviamo il sonno degli italiani”
A lanciare l’allarme, facendosi portavoce di un malcontento diffuso tra addetti ai lavori e spettatori, è stato nelle scorse settimane Carlo Degli Esposti, produttore di altissimo profilo (basti pensare al Commissario Montalbano o a Vanina) che ha pubblicato un vero e proprio appello su Repubblica, rivolto ai vertici di Rai e Mediaset. La sua richiesta è tanto semplice quanto, a questo punto della partita, rivoluzionaria: ridare alla prima serata un orario umano, facendola partire al massimo entro le 21:30. «Come si possono seguire programmi che chiudono dopo la mezzanotte?», si chiede Degli Esposti, che ha intitolato la sua supplica “Salviamo il sonno degli italiani”.
Sotto la sua lente d’ingrandimento, il problema non è solo fisiologico, ma culturale. La dilatazione dei quiz – che di fatto hanno cannibalizzato la fascia che li segue – rischia di uccidere la narrazione seriale. Se una fiction inizia quando le famiglie sono già stanche, e finisce quando molti devono già alzarsi, lo spettatore medio diserta o, peggio, si rifugia sulle piattaforme streaming dove decide lui quando premere play. Non è un caso, del resto, che lo stesso Degli Esposti abbia sottolineato come questo fenomeno stia abbassando la qualità della scrittura: per non perdere un pubblico spossato, gli sceneggiatori sono costretti a trame più semplici e scontate.
Un’abitudine che costa cara alla fiction generalista
La voce di Degli Esposti non è isolata; anzi, si sta facendo coro. Dalla direttrice di Rai Fiction, Maria Pia Ammirati, a dirigenti di Mediaset come Daniele Cesaran, emerge la consapevolezza che il ritardo è un boomerang, sebbene le logiche competitive rendano difficile “tirare il freno”. Anche attrici del calibro di Cristiana Capotondi hanno preso posizione, spiegando come l’orario delle 21:30 sia già, di fatto, troppo tardi per le abitudini delle famiglie italiane che, tra le 20:30 e le 21, hanno già sparecchiato. Il paradosso, infatti, è tutto qui: mentre si cerca di inseguire un pubblico giovane e distratto con programmi leggeri, si finisce per penalizzare la fascia più fedele alla tv generalista – quella degli adulti e degli anziani – che la mattina dopo ha impegni lavorativi e non può permettersi di addormentarsi all’una.
I dati Auditel raccontano una verità scomoda per i dirigenti: l’access prime time ha superato in termini di ascolti la prima serata vera e propria. Lunedì scorso, per fare un esempio, Affari Tuoi veleggiava oltre i cinque milioni di spettatori, mentre la fiction successiva – La buona stella – faticava a superare i 2,7 milioni. Questo divario, spiegano gli analisti, spinge gli investitori pubblicitari a puntare tutto su quella fascia, creando un circolo vizioso: più soldi girano nell’access, più le reti lo allungano, più la prima serata muore soffocata.
La guerra del mezz’ora e la crisi dell’immaginario condiviso
Il critico televisivo Claudio Plazzotta ha ricordato come questo meccanismo perverso abbia già avuto le sue vittime illustri in passato: la cosiddetta “seconda serata”, quella dei documentari e degli approfondimenti giornalistici, è stata la prima a essere cancellata dalla mappa a causa di questa dilatazione. Oggi, il rischio è che la stessa sorte tocchi alla fiction di qualità, considerata troppo costosa per essere “bruciata” in un orario in cui nessuno la guarda.
Maurizio Nichetti, qualche giorno fa, aveva ironizzato sulla vicenda attribuendola ai ritmi romani (dove si cena tardi), ma la realtà è molto più strutturale e preoccupante. L’ossessione per il dato Auditel, la guerra senza esclusione di colpi tra la ruota di Scotti e i pacchi di De Martino, sta distruggendo quella funzione aggregante che la televisione generalista aveva conservato per decenni: quella di creare un immaginario condiviso, di far parlare tutti della stessa cosa il giorno dopo. Se il film o la serie li vedi a singhiozzo, o li recuperi in solitaria sullo smartphone, si perde quella magia collettiva che solo un appuntamento condiviso può regalare.
Per ora, nonostante le promesse di accorciare i tempi, la situazione sembra congelata in un equilibrio instabile. La Rai vorrebbe anticipare, ma non può permettersi di cedere un millimetro alla concorrenza; Mediaset, forte del successo della Ruota, non sembra intenzionata a mollare la presa. Così, mentre i dirigenti si scambiano colpi da una sponda all’altra del Tevere, il telespettatore medio spegne la tv, stremato, e lascia che a vincere siano i silenziosi algoritmi dello streaming. La battaglia per il prime time, a questo punto, assomiglia sempre più a una resa dei conti con l’orologio: e per ora, l’orologio sta vincendo lui.




