Cinque anni dopo il Covid: la memoria che resiste
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Redazione Interno
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Il 20 febbraio 2020, quando il “paziente 1” di Codogno, Mattia Maestri, fu identificato come il primo caso italiano di Covid-19, nessuno poteva immaginare che il Paese si stesse affacciando a uno dei periodi più bui della sua storia recente. Quella data segnò l’inizio di un’emergenza sanitaria che, in pochi mesi, avrebbe stravolto vite, abitudini e intere comunità. Oggi, a cinque anni di distanza, il bilancio è drammatico: oltre 197.000 morti e più di 27 milioni di casi, numeri che raccontano una tragedia collettiva difficile da dimenticare, eppure spesso rimossa.
Tra le storie che emergono dal lungo periodo di pandemia, quella di Christian, nipote di don Mario, sacerdote di Seriate, in provincia di Bergamo, colpisce per la sua crudezza. Christian, morto a 34 anni dopo un ricovero di cinque mesi, non riuscì a sopravvivere alle complicanze derivate dal virus. “È morto ad agosto”, ricorda don Mario, sottolineando come la sua sia una perdita che va oltre il dolore familiare, toccando anche la dimensione parrocchiale. Seriate, un comune di 25.000 abitanti, registra in media 200 decessi all’anno. Durante la prima ondata, tra marzo e aprile 2020, ne contò 150 in un solo mese, a cui si aggiunsero altri 200 nei mesi successivi. Un’ecatombe che ha lasciato segni indelebili.
La Val Seriana, epicentro della crisi sanitaria, divenne simbolo di un’Italia piegata dal virus. Le immagini delle bare allineate nei cimiteri, trasportate dai militari perché i funerali non erano più possibili, rimangono impresse nella memoria collettiva. Eppure, nonostante la gravità di quei momenti, sembra essersi innescato un processo di rimozione. Come sottolinea lo scienziato Alberto Mantovani, la propensione a vaccinarsi è in calo, quasi a voler dimenticare il terrore vissuto durante i mesi di lockdown, quando l’arrivo dei vaccini era atteso come una salvezza.
Lorenzo Migliorati, ricercatore dell’Università di Bergamo, sta conducendo uno studio nazionale insieme ad altre università – Salerno, Firenze e Padova – per analizzare cosa resta della pandemia nella memoria collettiva. “Alla paura del Covid è seguita la paura della guerra”, osserva Migliorati, evidenziando come l’attenzione si sia spostata verso nuove emergenze, lasciando in ombra il ricordo di quei giorni.




