Perché gli ellenisti bocciano l'Odissea di Christopher Nolan

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il ronzio delle cicale nel Peloponneso fa da contraltare alle parole di Pedro Olalla, che dalla sua penisola adottiva osserva con occhio critico l'operazione cinematografica di Christopher Nolan. "La mia opinione è molto negativa", dice lo scrittore e grecista spagnolo, e la sua voce si leva netta tra gli olivi e le pietre di una terra che di quell'epos conosce ogni ansa e ogni vento.

Mentre il regista di "Oppenheimer" si prepara a mettere in scena il ritorno di Ulisse, con un cast hollywoodiano e un budget che promette effetti speciali da capogiro, il mondo accademico e degli specialisti si interroga sulla reale necessità e sulla fedeltà di una trasposizione che rischia di tradire lo spirito profondo del poema.

La questione, lo si capisce subito, non è soltanto filologica né tantomeno estetica.

Essa tocca il nervo scoperto di un rapporto complicato, quello tra la cultura popolare contemporanea e le radici classiche della nostra civiltà, un legame che spesso si traduce in fraintendimenti e semplificazioni. Dall'Ulisse di James Joyce del 1922 a quello cinematografico di Mario Camerini del 1954, passando per innumerevoli rivisitazioni musicali e figurative, la tradizione omerica ha sempre rappresentato una miniera inesauribile per gli artisti.

Ma proprio questa abbondanza, paradossalmente, finisce per rendere più urgente e delicata ogni nuova operazione che si accosti al testo sacro della grecità antica.

Un mito contemporaneo e la sua distanza

Ci si domanda, con Mauro Messi, professore di greco e latino al Liceo Classico Paolo Sarpi di Bergamo, come mai un'opera composta quasi tremila anni fa da un autore dalla identità incerta possa ancora parlare al mondo contemporaneo. La risposta, per gli studiosi, non risiede tanto nella trama avventurosa o nei colpi di scena, quanto nella struttura profonda del racconto.

L'Odissea non è solo il viaggio di un uomo che cerca di tornare a casa; essa è il racconto della conoscenza, della sofferenza e della trasformazione interiore, temi che nessuna esplosione cinematografica e nessun effetto digitale possono realmente rendere nella loro complessità.

Messi, che coordina il gruppo di lettere del suo istituto, sottolinea come la cultura contemporanea sia piena di esempi di opere che attingono a piene mani dalla fonte omerica. Eppure, di fronte all'annuncio del kolossal di Nolan, tra gli ellenisti serpeggia un certo scetticismo. Non si tratta di un rifiuto a priori, ma di una preoccupazione legittima: l'opera del regista britannico rischia di appiattire la polifonia dell'originale, di ridurre la complessità psicologica di Odisseo a mero eroe d'azione, dimenticando quella "mente dai molti volti" che il poeta invoca nell'incipit.

Il celebre proemio, citato nella traduzione che apre il libro di Nicola Gardini, "L'uomo, Musa, dimmi dai molti volti che molto / vagò dopo ch'ebbe predato la sacra rocca di Troia", racchiude già in sé tutta l'ambiguità e la profondità di un personaggio che non è mai solo un guerriero, ma un sopravvissuto e un narratore di sé stesso.

Il rischio della spettacolarizzazione

Il tema del ritorno, del nòstos, è centrale. Ma come può questo tema, così intimo e universale, essere tradotto in immagini che devono necessariamente catturare l'attenzione di un pubblico globale? I critici temono che Nolan, per quanto regista di indubbio talento, possa cedere alla tentazione di enfatizzare gli aspetti più spettacolari dell'epopea: gli scontri con i mostri, le tempeste, la strage dei Proci.

Si perderebbe così la sostanza di un'opera che è, invece, profondamente riflessiva, che indaga il dolore, la memoria e la fatica di ricostruire un'identità dopo anni di guerra e di peregrinazioni. L'Odissea, infatti, è anche il racconto del silenzio e dell'attesa, di Penelope che tesse e disfa la tela, di un eroe che piange nascosto e che si presenta alla sua stessa casa sotto mentite spoglie.

Le prime indiscrezioni sulla produzione, che parlano di un cast di primissimo piano e di location mozzafiato, sembrano confermare la direzione intrapresa da Nolan. Ma per gli ellenisti, la vera sfida non è tecnica o economica; è profondamente culturale.

Come si può rendere cinematograficamente il concetto di "astuzia" contro la "forza bruta"? Come si fa a visualizzare il rapporto complesso tra Odisseo e Atena, un legame che è al contempo divino e intellettuale? La paura, insomma, è che il film diventi una gigantesca macchina per effetti speciali, incapace di restituire la potenza poetica e filosofica di un testo che ha formato l'identità stessa dell'Occidente.

Così, mentre le cicale continuano il loro canto nel sud della Grecia, il dibattito infuria nei circoli accademici e sui social, dove il film di Nolan è già oggetto di un'ondata di articoli, video e interventi che mescolano pressione commerciale e genuino interesse del pubblico. L'operazione, in ogni caso, è destinata a lasciare un segno, ma la domanda di fondo, quella che resta senza risposta, è se questo segno sarà una nuova, scintillante superficie, o uno scrigno capace di custodire il profondo senso di una delle storie più antiche e potenti mai raccontate.

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