La Russa: "Banditi? Si scusi o querelo". Montanari e lo scontro sul referendum che infiamma la politica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Finisce nel mirino di una possibile querela, Tomaso Montanari, rettore dell’Università per Stranieri di Siena e storico dell’arte noto per le sue posizioni critiche, dopo aver definito “banditi” alcuni dei massimi esponenti del governo e della maggioranza. L’occasione del contendere è un incontro pubblico tenutosi a Firenze il 5 marzo, presso l’Hotel Albani in via Fiume, organizzato dal Comitato toscano Società civile per il No in vista del referendum sulla giustizia, e le parole pronunciate dal professore hanno innescato una reazione immediata e durissima da parte del presidente del Senato, Ignazio La Russa.

Durante il suo intervento, volto a sostenere le ragioni del "no" alla riforma, Montanari ha evocato le figure di alcuni padri costituenti – Teresa Mattei, Piero Calamandrei, Giuseppe Dossetti – contrapponendole, con una domanda retorica dal sapore provocatorio, agli attuali inquilini di Palazzo Chigi e dei ministeri. “Volete avere ancora come padri e madri costituenti Teresa Mattei, Piero Calamandrei, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Terracini, Nilde Iotti o preferite Giorgia Meloni, Carlo Nordio, Ignazio La Russa, Francesco Lollobrigida?”, ha chiesto al pubblico, per poi stringere il cerchio dell’affondo: “Comprereste una Costituzione usata e manomessa da questi banditi? Io no, ed è per questo che voto ‘no’”. Un’uscita, quella del rettore, che ha immediatamente varcato la soglia della polemica politica per assumere i contorni di una vicenda potenzialmente giudiziaria.

La replica del presidente del Senato: un ultimatum tra irony e vie legali

La risposta di Ignazio La Russa non si è fatta attendere ed è arrivata, nelle ore successive, attraverso una nota che mischia il sarcasmo alla minaccia concreta. Il presidente del Senato ha dichiarato di aver sempre, finora, evitato di dare peso alle esternazioni del professore, seguendo il principio del “non ti curar di loro”, ma di ritenere che questa volta sia stato superato un limite invalicabile. “Ma anche un qualsiasi minus habens (figurarsi un professore, sedicente colto) ci penserebbe cento volte prima di affibbiare a me (assieme a Giorgia Meloni, Francesco Lollobrigida e Carlo Nordio) l’insulto di ‘bandito’ che esula da qualsiasi argomentazione, finanche strumentale, ideologica o propagandistica”, ha scritto La Russa.

Per la seconda carica dello Stato, qualifica che “esula da qualsiasi argomentazione” finisce per qualificare semmai “allo specchio chi la scrive o la dice immotivatamente”. Da qui l’avvertimento secco, che non lascia molto spazio a interpretazioni: La Russa ha invitato formalmente Montanari a presentare delle scuse pubbliche, altrimenti si vedrà costretto a ricorrere alle vie giudiziarie, una strada che, come ha tenuto a precisare, di solito non intraprende. Un ultimatum che sposta il baricentro della disputa dalle aule universitarie e dai comizi a quelle di un tribunale.

Le reazioni della politica e la richiesta di dimissioni per il rettore

Alla presa di posizione del presidente del Senato si sono aggiunte, come un coro, le voci di altri esponenti di Fratelli d’Italia, il partito di maggioranza preso di mira dalle parole di Montanari. Francesco Michelotti, deputato senese e coordinatore regionale toscano del partito, ha parlato di un “grave insulto rivolto ai vertici istituzionali del governo” e, raccogliendo un sentimento diffuso nel partito, ha chiesto le dimissioni del rettore. “Tomaso Montanari – ha tuonato Michelotti – ha perso l’ennesima occasione per tacere. Dato che non ha propri argomenti consistenti, e soprattutto dimostra di ignorare il contenuto del referendum, il solo modo al quale è capace di ricorrere è l’insulto”.

Sulla stessa lunghezza d’onda si è posto Salvatore Deidda, deputato di Fratelli d’Italia e presidente della Commissione Trasporti alla Camera, che ha definito l’episodio come “l’ennesima esibizione di parole offensive” da parte del rettore. Secondo Deidda, chi riveste un ruolo accademico di prestigio come quello di rettore non può permettersi di offendere lo Stato in questo modo, e l’unica strada percorribile, per “il decoro dell’ateneo e per rispetto delle istituzioni”, sarebbe un passo indietro immediato. Le accuse, insomma, non si limitano alla sola sfera politica, ma investono la credibilità stessa del ruolo pubblico ricoperto da Montanari.

La replica di Montanari: una difesa fondata sulla libertà di opinione

Lontano dal ritrattare le proprie affermazioni, Tomaso Montanari ha replicato prontamente alle accuse e alla minaccia di querele, spostando il tiro su quello che lui definisce un problema di sostanza democratica. In un intervento pubblicato sui suoi profili social, il rettore ha commentato con ironia e durezza la reazione di La Russa, sottolineando come sia “grave che la seconda carica dello Stato trovi tempo e parole per una simile questione”, aggiungendo una frecciata sulle recenti uscite del presidente del Senato, che “si occupa persino dei comici di Sanremo e analizza la bellezza fisica delle giornaliste”.

Ma è sul merito della vicenda che Montanari ha alzato il tiro: “Minacciare un cittadino per un’opinione liberamente espressa e argomentata in una campagna referendaria è ciò che davvero è grave e dimostra a che punto siamo; questo referendum si gioca sulla Costituzione antifascista che li ha banditi per sempre”. Il rettore ha quindi ribadito il senso del suo intervento a Firenze, inquadrandolo non come un banale insulto personale, ma come una difesa della Carta costituzionale e dei suoi princìpi, che a suo avviso sarebbero minacciati dalle riforme in programma. Uno scontro, dunque, che da verbale rischia di diventare giudiziario, mentre la campagna per il referendum entra nel suo vivo.

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