«Sogno una rissa con La Russa», il post di Montanari e la bufera politica. Il ministro Giuli: «Solidarietà al presidente del Senato»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La dialettica politica, si sa, spesso sfocia in territori scivolosi, ma quando a vestire i panni del provocatore è un rettore, e il bersaglio delle sue esternazioni è nientemeno che la seconda carica dello Stato, il confine tra dissenso e degenerazione del confronto pubblico diventa labile e, inevitabilmente, oggetto di accese repliche. È quanto accaduto nelle ultime ore, quando Tomaso Montanari, alla guida dell’Università per stranieri di Siena, ha deciso di condividere sul proprio profilo Instagram un’immagine che ha immediatamente scatenato un vespaio di polemiche. La fotografia, originariamente postata da un altro account e da lui rilanciata tra le sue storie, ritraeva una scritta comparsa su un muro, un graffito dal tenore inequivocabilmente aggressivo: “Sogno una rissa con La Russa”. Un’iniziativa social che arriva a nemmeno due settimane di distanza da un precedente, già di per sé incandescente, capitolo del duello verbale tra l’accademico e Ignazio La Russa, presidente del Senato.

Da “banditi” a una rissa sognata: l’escalation verbale del professore

Il gesto di Montanari, infatti, non rappresenta un fulmine a ciel sereno, bensì l’ennesimo atto di una sequenza piuttosto nutrita di scambi di opinioni decisamente poco concilianti. Solo qualche giorno prima, nel corso di un incontro pubblico a Firenze dedicato alla campagna per il “No” al referendum sulla giustizia, il rettore aveva già fatto centro utilizzando un lessico pesante, arrivando a definire la Carta costituzionale, quella che sarebbe stata modellata dagli attuali governanti, come un manufatto “usato e manomesso da banditi”. In quell’occasione, i destinatari dell’epiteto erano stati, tra gli altri, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e lo stesso La Russa, accusati di voler stravolgere i fondamenti della Repubblica. Una terminologia che aveva spinto il presidente del Senato a reagire con durezza, intimando al professore di presentare scuse pubbliche, pena il ricorso alle vie legali. La Russa, in una nota, aveva definito l’insulto di “bandito” come una qualifica che andava “semmai allo specchio” del suo utilizzatore, sottolineando come l’accusa esulasse da qualsiasi legittima argomentazione politica.

La replica del rettore, lungi dal placare gli animi, aveva anzi alzato ulteriormente il tiro. Montanari, anziché ritrattare, aveva anzi rivendicato la propria posizione, argomentando che il termine “banditi” andasse inteso in senso storico e costituzionale: un riferimento a coloro che, secondo la sua interpretazione, si pongono fuori dall’alveo della Costituzione antifascista, quella che, per usare le sue stesse parole, avrebbe “messo al bando” certe derive politiche. Una giustificazione che non aveva evidentemente convinto i diretti interessati, tanto che La Russa, tramite il suo portavoce Emiliano Arrigo, aveva formalizzato pochi giorni dopo il mandato ai propri legali per adire le vie legali in sede civile.

La solidarietà istituzionale e la reazione del ministro Giuli

L’ultima provocazione social, quella della rissa agognata, ha quindi riacceso la miccia su una polveriera ancora calda, attirando l’attenzione diretta di esponenti di primo piano del governo. Il primo a intervenire pubblicamente, con una nota diffusa nella tarda serata di ieri, è stato il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, il quale ha voluto esprimere senza mezzi termini la propria vicinanza al presidente del Senato. Giuli ha parlato di una solidarietà “convinta e calorosa” nei confronti di La Russa, bersagliato, a suo dire, da attacchi personali reiterati da parte del professor Montanari [citation:article]. Una presa di posizione chiara, arrivata direttamente dall’esponente dell’esecutivo, che ha aggiunto un ulteriore tassello a un quadro politico già parecchio teso.

Le reazioni, come prevedibile, non si sono fatte attendere neppure dai banchi di Fratelli d’Italia, dove il deputato Luca Sbardella ha bollato le parole del rettore come “vergognose e pericolose”, auspicando un gesto di scuse formali da parte del professore. Sbardella, in particolare, ha sottolineato come la condivisione di un messaggio che evoca uno scontro fisico con una carica istituzionale rappresenti il superamento di qualsiasi limite accettabile nel dibattito democratico, contribuendo ad alimentare un clima d’odio che andrebbe invece fermamente contrastato, specialmente da chi riveste ruoli di responsabilità nel mondo accademico e culturale. Anche il coordinatore regionale toscano di FdI, Francesco Michelotti, era già intervenuto nei giorni scorsi, sottolineando come Montanari, a suo giudizio, abbia ormai fatto dell’insulto l’unico registro comunicativo a lui congeniale, una prassi che mal si concilia con il ruolo educativo che dovrebbe contraddistinguere un docente.

L’ombra della campagna referendaria e le giustificazioni autoironiche

Il tutto si inserisce, come accennato, nel clima rovente della campagna per il referendum sulla giustizia, una consultazione che ha visto spesso i toni farsi particolarmente accesi. Montanari, che è uno dei volti più noti del fronte del “No”, non ha perso occasione per utilizzare i propri canali social come megafono delle proprie idee, talvolta, come in questo caso, finendo per far discutere più la forma che la sostanza del suo messaggio. D’altronde, lo stesso rettore, dopo la prima ondata di critiche per la condivisione della scritta sulla rissa, aveva tentato di ridimensionare l’accaduto, parlando di un gesto “autoironico” e rivolgendosi ai suoi critici con una domanda retorica, volta a ribaltare l’accusa: “Chi è che cerca la rissa?”. Una spiegazione, quella dell’ironia, che però non ha trovato grande riscontro al di là della sua cerchia di seguaci, apparendo ai più come un debole tentativo di parare i colpi di una bufera che, a quanto pare, è ben lungi dal placarsi.

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