Napoli, chiesti 24 anni per l'uomo che violentò e contagiò una donna: morì di Aids a 37 anni

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Si avvia verso la conclusione, dinanzi alla Corte di Assise di Napoli, il processo che vede imputato un uomo di circa sessantacinque anni, accusato di aver ripetutamente violentato una donna e di averla, così, contagiata con il virus dell’Hiv, della cui sieropositività lui era a conoscenza, causandone di fatto il decesso, avvenuto quando la vittima aveva appena trentasette anni. La Procura partenopea, e nello specifico i magistrati della IV sezione, il procuratore aggiunto Raffaello Falcone e il sostituto Valentina Maisto, coadiuvati in aula anche dalla collega Antonella Lauri, hanno formalizzato la richiesta di condanna a ventiquattro anni di reclusione, al termine di una requisitoria che ha ripercorso le tappe di una vicenda giudiziaria complessa e dai contorni agghiaccianti. Le imputazioni contestate, e per le quali si è giunti a questa richiesta, sono quelle di omicidio volontario, aggravato dalla previsione dell'evento, e di lesioni personali gravissime, un costrutto accusatorio che punta a stabilire un nesso causale diretto tra la condotta dell'imputato e il tragico epilogo.

La consapevolezza del contagio e l'omessa informativa

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e presentato come impianto portante dell'accusa, l'uomo era perfettamente a conoscenza del proprio stato di sieropositività, una condizione che, a quanto è dato sapere, gli era stata diagnosticata fin dagli anni Ottanta. Ciononostante, in più circostanze, avrebbe costretto la donna, con la quale intratteneva una relazione, a subire rapporti sessuali non protetti, omettendo deliberatamente di rivelarle il proprio stato di salute e, quindi, l'altissimo rischio al quale la stava esponendo. È questo l'elemento cardine sul quale la Procura ha costruito la richiesta di condanna per omicidio volontario: la piena consapevolezza, da parte dell'imputato, non solo della propria malattia, ma anche delle conseguenze letali che i suoi atti avrebbero potuto innescare nella vittima. La donna, infatti, dopo aver contratto il virus, ha visto il proprio quadro clinico aggravarsi inesorabilmente fino a sviluppare la sindrome da immunodeficienza acquisita conclamata, che l'ha portata alla morte.

Le prove raccolte nel corso delle indagini

Le indagini, che hanno permesso di delineare con chiarezza il profilo accusatorio, si sono avvalse di elementi probatori ritenuti di particolare gravità. Tra questi, un ruolo cruciale lo ha giocato la testimonianza della stessa vittima, raccolta prima del suo decesso e cristallizzata in quello che è stato definito un video-testamento. In quelle immagini, la donna, ormai consapevole del proprio destino, aveva avuto modo di raccontare l'orrore subito, indicando nell'imputato il proprio aguzzino e la fonte del contagio, un atto di accusa postumo che ha fornito una diretta e drammatica testimonianza dei fatti. A questo si aggiungono le risultanze delle consulenze mediche e le indagini epidemiologiche, che avrebbero confermato la compatibilità tra la cepa virale dell'uomo e quella contratta dalla donna, consolidando ulteriormente l'ipotesi della trasmissione diretta.

Il quadro giuridico e la posizione dell'imputato

La richiesta del pubblico ministero, che ora dovrà essere vagliata dai giudici della Corte di Assise, si inserisce in un contesto giuridico che negli ultimi anni ha visto un inasprimento delle pene per reati di questo tipo, laddove la consapevolezza del proprio stato di sieropositività e la volontarietà della condotta omissiva o attiva configurano un dolo di tipo eventuale, se non addirittura intenzionale, rispetto all'evento morte. La difesa dell'uomo, la cui identità non è stata resa nota nei dettagli forniti, avrà ora modo di controbattere alle tesi accusatorie, cercando di smontare, punto su punto, l'impianto probatorio o di fornire una diversa chiave di lettura dei fatti, che possa portare a una riqualificazione del reato o a una riduzione della pena richiesta. La complessità del dibattimento, come sottolineato dalle stesse fonti giudiziarie, risiede proprio nella necessità di provare, al di là di ogni ragionevole dubbio, non solo la materialità degli stupri, ma anche la sussistenza del nesso di causalità tra la condotta dell'imputato, la sua conoscenza dello stato di malattia e il successivo decesso della donna per Aids, un legame che la Procura ritiene di aver saldamente dimostrato.

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